Alessandra Kustermann: “Ecco perché ho firmato l’appello contro gli stupri di massa in Israele e qual è l’obiettivo”

La ginecologa paladina dei diritti: “Dal ‘79 ad oggi sulla violenza sessuale non è cambiato niente, c’è tanta vergogna a parlarne. Dalle guerre alle gang si ripetono gli stessi meccanismi. Sul corpo delle donne passano le rivalse tra gli uomini”

Milano, 11 gennaio 2024 - Alessandra Kustermann, ‘ginecologa combattente’, questa la definizione più ripetuta sui media. Una vita di impegno costante contro la violenza sulle donne.

Nel 1996 a Milano ha dato vita a SVSeD, primo centro pubblico in Italia per l’assistenza alle vittime. C’è anche la sua firma nell’appello partito da Milano per condannare i ‘femminicidi di massa’ compiuti da Hamas in Israele il 7 ottobre.

Alessandra Kustermann, una vita di impegno contro la violenza sulle donne
Alessandra Kustermann, una vita di impegno contro la violenza sulle donne

Dottoressa Kustermann, quante donne ha assistito nella sua carriera?

“Direi centinaia di migliaia, ma davvero non ne ho idea, non ho mai tenuto il conto”.

Primario al Policlinico, in pensione dal 2022.

"Ho deciso di diventare ginecologa nel ‘79, ho iniziato a lavorare alla fine della specialistica”. 

Approfondisci:

Mia Shem liberata da Hamas. Il primo abbraccio della 21enne con mamma Keren

Mia Shem liberata da Hamas. Il primo abbraccio della 21enne con mamma Keren

Perché ha aderito all’appello su Israele? 

“Ho firmato assieme a un centro antiviolenza con cui lavoro abitualmente, la Casa delle donne maltrattate di Milano. Sia io che Manuela Ulivi abbiamo ritenuto che sia estremamente grave non tenere conto di questo stupro di massa avvenuto il 7 ottobre e continuato, per le prigioniere. Queste donne sono state violentate, umiliate e uccise. Le testimonianze sono incontrovertibili, il New York Times le ha approfondite in un’inchiesta”.

Perché lo stupro di guerra fa notizia se accade in Ucraina, molto meno se viene documentato in Israele?

“Perché in questo caso le donne sono ebree, posso dirlo? Sono una donna di sinistra, lo sarò per tutta la vita, ho sempre appoggiato i palestinesi. Ma non appoggio i terroristi di Hamas. E non ho mai pensato che le due cose fossero uguali. La guerra a Gaza è indegna, sta facendo strage di civili. Certamente non sono terroristi le migliaia di bambini uccisi. Ma non possiamo nemmeno dimenticare quel che è successo il 7 ottobre”.

Qual è l’obiettivo dell’appello?

“È ora di ottenere una condanna, chiara e definitiva. Ma non da parte di 15.000 o 20.000 donne che hanno firmato questa mobilitazione. Quello che sogno è che il tribunale dei diritti umani, il tribunale dell’AJA, la corte penale internazionale, si pronuncino in modo definitivo sul fatto che non può essere stuprata una donna solo perché quello è l’esercito vincitore o come estremo spregio verso il nemico”.

Quindi la donna non è neppure il soggetto?

“No. Questo trovo particolarmente violento negli stupri di gruppo ma anche in quelli di guerra. L’azione è l’ultimo sfregio agli uomini che hanno avuto a che fare con quella donna”.

Nelle vittime subentra il sentimento della vergogna.

“Purtroppo questo è normale, vediamo circa 500 casi di stupri ogni anno nel servizio che ho creato all’interno del Policlinico. Le vittime non riescono a chiamare la violenza in modo chiaro, parlo di italiane e straniere”.

Quindi il problema riguarda entrambe?

“Sì, c’è una difficoltà a parlare delle violenze sessuali che si subiscono. E questo l’ho riscontrato qualunque sia l’etnia e qualunque sia la religione. Non parliamo poi se il colpevole è il marito”.

Lei ha attraversato oltre 40 anni di storia delle donne. Cos’è cambiato dagli inizi, dal ‘79 ad oggi?

“La mentalità delle donne è cambiata sicuramente”.

E sulla violenza sessuale?

"Sulla violenza sessuale non è cambiato niente. Se ne parla forse un po’ di più. Nel 2004 un’indagine Istat documentò che una donna su tre non parlava con nessuno della violenza subita. Nel 2016 lo stesso istituto aggiornò quella statistica, una su 4. Quindi un piccolo miglioramento c’è stato. Ma i numeri del sommerso restano enormi”.

Cosa significa ‘non parlare con nessuno’?

"Vuol dire non parlarne neanche con la psicoterapeuta. Non so quante volte mi sono trovata a far partorire donne che avevano problemi nella loro sessualità. Ma mai mi avevano confidato di essere state abusate nell’infanzia. L’ho scoperto magari quando i figli erano adolescenti”.

Tornando all’appello sulla violenza consumata in Israele: che conseguenze possono derivare da una condanna delle corti internazionali?

"Arrivare a un tribunale internazionale e chiedere una condanna definitiva degli stupri di guerra credo sia importantissimo. Anche perché questo problema non è limitato ai conflitti. Si comportano così anche alcune gang di ragazzini di varie etnie quando vanno a colpire le donne dei rivali. Diciamo che sul corpo delle donne passano le rivalse tra uomini”.