Mercoledì 17 Luglio 2024
COSIMO ROSSI
Politica

Ue, che cosa volevamo. Il piano italiano sfumato: "Belloni Alto commissario"

L’obiettivo della presidente del Consiglio era la poltrona Ue degli Esteri. Oggi il voto in Consiglio europeo. Il governo potrebbe astenersi

Roma, 27 giugno 2024 – Un’astensione non è mai una vittoria. Ed è questa consapevolezza che affligge Giorgia Meloni più della mortificazione subita sulle nomine delle alte sfere europee. Nonostante la iattanza dei partner franco-tedeschi, chiamarsi fuori dall’approvazione del quartetto di incarichi al vertice dell’Unione suonerebbe un pessimo viatico per i progetti di accreditamento istituzionale e internazionale della premier italiana. Dalle stanze parlamentari di Fdi avvertono di "non escludere a priori" che Meloni si astenga al Consiglio europeo di oggi e domani, né che possano farlo anche gli europarlamentari di FdI durante la votazione di metà luglio. Ben più accorto, il leader di Fi e vicepresidente del Ppe Antonio Tajani si sente di escludere "che l’Italia possa votare no". A differenza del suo alter-ego leghista Matteo Salvini, apertamente schierato contro ogni larga intesa sul solco della tradizione europeista.

La premier Meloni insieme a Tajani e Fitto (Ansa)
La premier Meloni insieme a Tajani e Fitto (Ansa)

Parla francamente Meloni, quando afferma che si tratta del "ruolo" dell’Italia prima che della sua maggioranza di centrodestra. E l’endorsement istituzionale riscosso da parte del capo dello stato Sergio Mattarella a suo modo lo certifica. Il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Olaf Scholz hanno forzato la mano più che altro per finalità interne. Spingendo la premier italiana nella condizione di "mangiare la minestra o buttarsi dalla finestra", come dice il detto.

Un genere di atteggiamento affatto indigesto per il carattere della premier. Dagli interventi in aula di ieri si è potuto desumere che Meloni puntasse al ruolo di Alta commissaria per la politica estera e di difesa per la diplomatica Elisabetta Belloni, la cui opera in occasione del G7 era stata molto valorizzato da parte di palazzo Chigi proprio in vista di un incarico europeo. L’obiettivo era sancire la conversione atlantista della destra italiana, nonostante i mugugni leghisti. Macron però non ha inteso transigere sulll’estone Kaja Kallas. Per quanto Meloni rivendichi l’entità di terza forza di Ecr, il gruppo non è altrettanto coeso quanto i liberali sulle ragioni dell’Ucraina e la guerra alla Russia.

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La partita di Giorgia Meloni in Europa

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L’Alto commissariato rimane l’incarico più discusso nel Consiglio che si apre oggi. Dove anche da parte Ppe si osserva che "i giochi dei negoziati non sono ancora chiusi". E "se si manifestasse sufficiente opposizione" all’accordo anche da parte di altri capi di stato e di governo una nuova mediazione "è improbabile ma non impossibile". Sulla possibilità che Enrico Letta possa scalzare il portoghese Antonio Costa alla guida del Consiglio, invece, "il veto liberale e socialista" avrebbe "legato le mani" alla disponibilità in questo senso de leader del Ppe Manfred Weber. Per quanto socialista, infatti, l’italiano Letta avrebbe consentito a Meloni di incassare un italiano nelle posizioni apicali.

Rimane la carta dell’astensione sul pacchetto di nomine da parte della presidente del consiglio, anche per tenere aperta la negoziazione in vista dell’incarico per il commissario italiano. Ma non sarebbe un successo. Come non lo sarebbe astenersi al voto in Parlamento. Piuttosto la candidata alla riconferma per la guida della Commissione Ursula von der Leyen informa che sta trattando direttamente con Meloni, che sta gestendo ""personalmente" la questione da palazzo Chigi, con buona pace dei vituperati "caminetti". Von der Leyen avrebbe promesso il posto di commissario per il Bilancio e il Next Generation Eu, nonché vicepresidente esecutivo, per Raffaele Fitto. Ma in considerazione della staffetta al Consiglio concordata tra Ppe e Pse, non va neanche escluso che possano aprirsi nuovi spazi per l’Italia tra due anni e mezzo. Specie se la destra di Marine Le Pen fosse in pole position per l’Eliseo e Meloni diventasse ancor più necessari per arginarne il temuto estremismo.