Schlein sempre più convinta: alle Europee contro Meloni. L’ira delle candidate Dem

Polemiche nel Pd. Orlando: effetto-traino limitato. E Provenzano: voto importante, non sviliamolo. A destra è ancora stallo in Sardegna tra Truzzu e Solinas: oggi l’ultima mediazione al consiglio della Lega

Roma, 15 gennaio 2024 – “Se si candida, deve farlo in tutte le circoscrizioni". E, per i funzionari di lungo corso del Nazareno, le cose stanno filando diritte in questa direzione riguardo la partecipazione della segretaria dem Elly Schlein alle elezioni europee del 9 giugno. Con buona pace della disapprovazione da parte delle donne del partito, cui sottrarrebbe la preferenza. E soprattutto di Romano Prodi e le sue riserve riguardo l’opportunità politica per un leader del Pd di scendere nell’agone europeo per poi rimanere a Roma.

Elly Schlein, 38 anni, segretaria del Pd
Elly Schlein, 38 anni, segretaria del Pd

La segretaria tentenna, "frastornata" dalle parole con cui il professore ha deprecato l’idea di candidature civetta e a tutto campo per una forza come il Pd. Ma è "ugualmente risoluta", riferiscono in casa dem. Tanto che, secondo alcune ricostruzioni, starebbe persino valutando la possibilità di optare per l’Europa lasciando Montecitorio. Ma anche la leadership parlamentare dell’opposizione a Giuseppe Conte: che non sarebbe un colpaccio, visto il prossimo, duraturo scontro sulla riforma costituzionale per il premierato.

Sta di fatto che, "per come ha impostato il lavoro in questi mesi e quel che è successo con Giorgia Meloni", secondo gli osservatori dem la segretaria può solo candidarsi in tutte le circoscrizioni per una sfida a tutto campo con la premier e "prendersi il partito" insieme. O tutto o nulla, insomma. Ma ormai Schlein ha volutamente lasciato prender troppo abbrivio al treno per poter scendere senza che appaia "una debolezza". Questione di tempi. E, siccome la segreteria del Pd per dirimere la questione non è in programma prima di "un paio di settimane", a quel punto diventerà ancora più difficile argomentare un No alla candidatura che poteva esser detto subito.

Ciononostante sono in molti, oltre a Prodi e le donne dem, a portare argomenti critici. Dal responsabile Esteri Beppe Provenzano, secondo cui le Europee son "troppo importanti per ridurle a duello personalistico", al leader dei Dems Andrea Orlando che, dopo l’iniziale apertura, ora frena sondaggi alla mano – e come sostenuto ieri dal professor Salvatore Vassallo sulle colonne di QN –, sull’effetto Schlein: tutti a far presente che sarebbe contronatura per il Pd farsi identificare come "partito del leader". Come obiettava ieri Paola De Micheli, nell’intervista al Corriere in cui ha dato voce al malumore delle democratiche. Visto che le loro candidature finirebbero per esser penalizzate dalle preferenze per la segretaria, stante la possibilità di scegliere solo il nome di una donna e un uomo. Difatti gli umori sono neri, anche se in diverse oggi hanno declinato l’offerta di esprimerli. Ma il punto è proprio la natura della politica. Giusto o sbagliato, c’è un fondamento condiviso nel pensiero di Meloni e Schlein. Entrambe, oltre che outsider vincenti, si sentono "corpi estranei", anche come donne: l’una rispetto al sistema politico-istituzionale, l’altra rispetto al corpo burocratico-militante del Pd. Ambedue non immuni da una sindrome da assedio e un senso di alterità morale rispetto al ceto politico. E propense ad affidarsi al suffragio per legittimare la propria leadership, sia politica che femminile.

Goodbye Prodi e ulivismo, welcome social plebiscitarismo, insomma. Questo la sfida che la segretaria dem è tentata di proporre. La politica, del resto, è cambiata: è definitivamente personalizzata. Nessuno spazio per le mezze misure quindi. La partita si "polarizza" a tutto campo contro Meloni, come forse auspica proprio chi ha sostenuto la nuova segretaria, e anche "per prendersi definitivamente il partito". Posto di superare la soglia minima del 20%, Schlein metterebbe così la sordina al protagonismo dei "cacicchi" capilista e depotenzierebbe le guerre di preferenze. Con buona pace per le democratiche, ma a loro vantaggio tramite la leader. Matteo Renzi, che lo presagiva, si è prontamente infilato come unico altro leader nazionale, in modo da lucrare visibilità e consensi a scapito dei concorrenti centristi per superare lo sbarramento del 4%.

Con Matteo Salvini e Antonio Tajani che si sono già sfilati dalle Europee, per il centrodestra i guai nascono dalla Sardegna, dove rimangono in lizza il governatore uscente Christian Solinas e il sindaco di Cagliari Paolo Truzzu di FdI. Oggi pomeriggio il Consiglio nazionale della Lega dovrebbe dirimere la questione. Stante i pronostici deludenti, Salvini avrebbe già optato per deporre Solinas in virtù dell’accordo con la premier per inserire il terzo mandato per i governatori – ovvero per Luca Zaia in Veneto – nel decreto sull’election day. Ma la premier tergiversa. E vorrebbe rinviare a dopo le Europee (e i relativi rapporti di forza). Opzione indigeribile per il Carroccio, da cui oggi si aspetta perciò un rilancio nel negoziato.

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