Meloni-Schlein, a chi fa bene candidarsi. La premier può valere fino al 2%

Elezioni europee, l’analisi di Vassallo, politologo del Cattaneo: la presidente FdI pescherebbe anche fuori dalla sua coalizione. "La segretaria dem? Fu eletta con un margine risicato, la sua presenza sulla scheda rischia di non fruttare"

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Sullo sfondo Elly Schlein, segretaria Pd (Ansa)
La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Sullo sfondo Elly Schlein, segretaria Pd (Ansa)

Roma, 14 gennaio 2024 – Giorgia Meloni ed Elly Schlein sono entrambe tentate di candidarsi in tutte le circoscrizioni per le elezioni europee con l’identica intenzione di trainare il risultato dei rispettivi partiti e consolidare la propria leadership. Per un aspetto Meloni e Schlein hanno un incentivo convergente. Non a caso, sono emerse ciascuna nel proprio campo, come donne giovani, ambiziose, determinate, fattesi largo a prescindere dal sostegno di padrini politici, guidate da un certo radicalismo etico-politico e da una almeno apparente coerenza che le connette a tradizioni politiche antiche. Al punto che forse Schlein non sarebbe stata eletta segretaria del Pd se il popolo della sinistra non avesse sentito il bisogno di una anti-Meloni.

I due nomi sulla scheda renderebbero ancora più chiaro il conflitto che mettono quotidianamente in scena tra una destra produttivista, nazional-conservatrice e una sinistra ecologista, cosmopolita e libertaria. Devono però considerare pro e contro con riguardo a tre altri aspetti per i quali i fattori delle due equazioni cambiano.

Il primo riguarda l’opportunità o meno di usare la platea europea per fini di politica interna candidandosi a un ruolo che non potranno esercitare. È vero che molti elettori non farebbero una piega e anzi sarebbero incoraggiati dal vedere in campo le due leader. Ma a destra questa pratica è da sempre la regola. Berlusconi (FI, Pdl), Fini (An), Bossi e Salvini (Lega) sono sempre stati capilista in tutte le circoscrizioni per i partiti di cui erano leader, dal 1994 al 2019, con la sola eccezione di Berlusconi nel 2014 perché non era candidabile. Sarebbe strano che la tradizione fosse interrotta proprio nel 2024.

Al contrario, non a caso, questo non è mai avvenuto nei partiti di centrosinistra. Tanto che pure Matteo Renzi, considerato dagli schleiniani il portatore malsano di un leaderismo da cui il Pd dovrebbe essere epurato, quando alle elezioni del 2014 trascinò il Pd al 34%, mise in cima alle liste cinque donne allora renziane ma provenienti da diverse esperienze e aree politiche interne del partito. Inoltre, Meloni potrebbe presentare la sua candidatura come la richiesta di un ‘mandato europeo’, per rafforzare la sua posizione di rappresentante dell’Italia nel Consiglio (dove siedono i Capi di Stato e di governo). Schlein potrà continuare a parlare a Bruxelles solo per bocca delle e dei parlamentari che effettivamente entreranno in carica.

Il secondo aspetto riguarda le tensioni con gli alleati e le possibili rappresaglie. Da un lato, Salvini può usare la guerra di logoramento sulle candidature alle regionali e la norma per il terzo mandato dei governatori, ma solo prima o dopo delle europee. Conte può invece sfruttare, durante la campagna elettorale, proprio la contraddizione tra la teoria dichiarata da Schlein di voler costruire un partito-comunità, di sinistra, e la ricerca di una rilegittimazione personale. In ogni caso, come si dirà tra un momento, non è a Conte che la leader Pd darebbe più fastidio.

Il terzo aspetto riguarda la misura in cui è plausibile si verifichi l’esito sperato. Non ci sono sondaggi capaci di rispondere con precisione. Si possono fare solo congetture basate su indizi. L’indizio principe è costituito dalla popolarità delle due leader nell’elettorato del proprio partito e dei partiti politicamente più vicini, dal cui bacino potrebbero attingere. Giorgia Meloni è la leader indiscussa di FdI, quindi è ovvio che sia molto popolare tra la quasi totalità dei sui elettori. Ma è anche ben vista da una quota intorno al 70% degli elettori di Lega e FI.

Elly Schlein è stata eletta segretaria con un margine risicato. Di conseguenza, non gode di un consenso entusiastico tra tutta la platea degli elettori Pd. Inoltre, come capita del resto anche a Conte, Renzi, Calenda, non è particolarmente apprezzata dagli elettori di altri partiti dell’opposizione. Fanno eccezione gli elettori dell’Alleanza Verdi Sinistra tra i quali ha circa un 50% di estimatori. Dunque, è ragionevole attendersi che la presenza di Meloni sulla scheda porti un plebiscito personale e un vantaggio di 1-2 punti per FdI.

È molto meno probabile che una cosa simile accada nel caso di Elly Schlein. La sua presenza sulla scheda promette marginali effetti sul risultato del Pd, mentre rischia di tenere Verdi e Sinistra, i suoi più sicuri alleati, sotto la soglia vitale del 4%.