Giovedì 18 Aprile 2024

Premierato, l’appello condiviso: "Riforma costituzionale, evitiamo il referendum"

Tutti insieme per chiedere un maggiore dialogo in Parlamento: "Basta contrapposizioni, su molti aspetti una convergenza è possibile". Tra i protagonisti professori di diritto e politici di sinistra e destra

Roma, 20 febbraio 2024 – La Costituzione è di tutti, bisogna dialogare. Eccola qui, la terza posizione sulle riforme: evitare il muro contro muro. Tanto sul premierato, quanto sulla futura legge elettorale. A lanciare l’appello un gruppo di intellettuali di entrambe le aree, centrodestra e centrosinistra, che si rivolgono a Giorgia Meloni in primo luogo ma anche a Elly Schlein: "Premierato: non facciamolo ’strano", il titolo della maratona oratoria che si terrà martedì 27 febbraio dalle 10 alle 13 a Roma alla Sala Umberto per sponsorizzare una riforma della Carta condivisa: maratona a cui hanno aderito anche parlamentari di maggioranza come Alberto Balboni, Marco Lisei e Marcello Pera di FdI.

Stefano Ceccanti e Gaetano Quagliariello
Stefano Ceccanti e Gaetano Quagliariello

"Avevamo pensato di usare un’espressione vernacolare, ma l’abbiamo scartata", sorride Stefano Ceccanti, tra i promotori dell’iniziativa che è stata presentata ieri in Senato dalla Fondazione Magna Charta, dalle associazioni Libertà Eguale e Io cambio nonchè dall’istituto Bruno Leoni. La mente corre alla celebre battuta ’o famo strano’ nel film Viaggi di nozze di Carlo Verdone.

Chiaro comunque il riferimento: chi vuole farlo strano è Giorgia Meloni, ipotizzando una riforma costituzionale che non esiste altrove, dopo la fallimentare prova in Israele. I promotori dell’appello le contestano l’elezione diretta del premier "sbilanciata a sfavore del Quirinale e del Parlamento, che peraltro non concede al capo del governo quei poteri che ha il Cancelliere tedesco", come spiega lo stesso Ceccanti. Insiste Peppino Calderisi: il ddl Casellati di fatto riconosce "un diritto di imboscata" a chi nella maggioranza vuole sostituire il premier eletto con uno "di riserva" che "sarebbe al contrario inamovibile". Squilibri a parte, questi esperti stigmatizzano la mancanza di confronto con le opposizioni, che pure hanno fatto di tutto per non cercarlo.

Guardano soprattutto verso i due partiti più grandi, FdI e Pd, e snobbano la Lega "per certe machiavelliche costruzioni istituzionali", ma anche M5s perché "poco interessato al tema". Per agevolare il colloquio, avanzano alcune ipotesi a partire dal premier indicato sulla scheda "con veri poteri", secondo il modello proposto dalla commissione Riforme istituita nel 2013 dall’allora capo dello Stato, Giorgio Napolitano. "Ma se si vuole puntare sull’elezione diretta del premier, bisogna fare una legge elettorale a doppio turno e prevedere la soglia del 50% per evitare un capo del governo di minoranza", avverte Gaetano Quagliariello.

Ma non è tanto la soluzione tecnica che interessa, quanto il metodo di lavoro. "Una riforma fatta con i due terzi del Parlamento è sempre auspicabile: in questo caso la convergenza è possibile", chiarisce ancora Ceccanti. Sanno bene che ora l’appello è destinato a cadere nel vuoto: ci sono le elezioni europee e ognuno sventola le sue bandiere. Giorgia Meloni vuole approvare il premierato in Senato prima di giugno, per poter dire "stiamo mantenendo gli accordi". Nell’attesa ci tiene a sgombrare la strada da mine come il terzo mandato: di questo si parlerà oggi nel vertice di maggioranza al Senato sugli emendamenti al decreto elettorale. Dall’altra parte della barricata si grida contro il pericolo fascista: "No all’uomo solo al comando, l’abbiamo già visto nel nostro Paese e non vogliamo tornare indietro", insiste Elly Schlein.

In autunno, quando il testo arriverà alla Camera, qualcosa potrebbe cambiare. È quanto auspica chi appoggia l’iniziativa: un gruppo variegato composto da personalità quali Sabino Cassese, Pietro Ichino, Giovanni Orsina, liberali (oltre a Quagliariello e Calderisi, Angelo Panebianco, Giorgio Rebuffa), esponenti del Pd veltroniano (da Enrico Morando a Giorgio Tonini) ma anche referendari come Mario Segni e, naturalmente, costituzionalisti: da Ceccanti a Salvatore Curreri. Tutti convinti che, grazie ad un accordo largo, la premier potrebbe evitare il referendum confermativo che è un rischio sia per le riforme sia per i governi. Mettendo poi la firma sotto una riforma della Costituzione condivisa, Giorgia avrebbe tutto da guadagnare in prestigio. Quanto ad Elly, se dopo le Europee, sarà ancora salda sulla sella del Pd potrebbe dire la sua non solo sul nuovo assetto istituzionale, ma anche sulla legge elettorale che verrà.