Mercoledì 24 Luglio 2024
ANTONELLA COPPARI
Politica

Il nuovo Premierato. Passa il no ai ribaltoni, ma sulla sfiducia è tutto da decidere

Scadono i termini per la presentazione degli emendamenti alla proposta. Quattro quelli della maggioranza. Duemila per le opposizioni. Legge elettorale: resta la proposta di premio oltre il 40% dei voti.

Il nuovo Premierato. Passa il no ai ribaltoni, ma sulla sfiducia è   tutto da decidere

Il nuovo Premierato. Passa il no ai ribaltoni, ma sulla sfiducia è tutto da decidere

Stavolta ci siamo? È il testo definitivo sull’elezione diretta del premier? Probabilmente no: in ogni caso il governo e il relatore Alberto Balboni (FdI), incidentalmente anche presidente della Commissione affari costituzionali del Senato, sarebbero potuti intervenire, ma il fatto che i quattro emendamenti da cui scaturisce la nuova versione della riforma non siano stati firmati dai capigruppo di maggioranza bensì dalla ministra delle riforme, Elisabetta Casellati, rende l’eventualità quasi una certezza. Il cambio delle firme in extremis sembra fatto apposta per consentire i sub-emendamenti: non solo dell’opposizione, ma dello stesso esecutivo. "Ho lavorato nel fine settimana per mettere a punto un testo condiviso da tutti i leader della maggioranza", assicura la stessa Casellati. Non grondano entusiasmo i leghisti, malgrado il ministro degli Affari regionali, Roberto Calderoli abbia detto di "riconoscersi nella soluzione individuata".

Certo è che nello scarno pacchetto del governo le ambiguità, nonostante le ore spese per risolverle, rimangono. La più macroscopica riguarda la norma antiribaltone. Gli emendamenti stabiliscono, infatti, che se al premier eletto viene revocata la fiducia in seguito a una "mozione di sfiducia motivata", si va automaticamente alle urne, come ha sempre chiesto FdI. Quindi regolano ciò che accade in caso di "dimissioni volontarie": il premier può o lasciare il passo a un secondo premier (come per norma accade in caso di morte, impedimento permanente e decadenza) espresso dalla maggioranza, oppure chiedere entro una settimana lo scioglimento delle Camere al Capo dello Stato "che lo dispone".

Ma gli emendamenti non dicono nulla nel caso più frequente: quello in cui il premier pone la fiducia su un provvedimento e non la ottiene. Per prassi, finora, le dimissioni in tal caso sono un atto dovuto, non volontario: a questo punto, però, non essendoci la norma la scelta sul da farsi (elezioni, incarico ad un altro premier, reincarico allo sfiduciato) è tutta nelle mani del Capo dello Stato o il premier decaduto può dire la sua? Giorgia Meloni assicura che "con la nuova riformulazione la norma è chiara, e ribadisce un fatto semplice, se passerà la riforma, sono gli italiani che devono scegliere da chi farsi governare". Marcello Pera, eletto nelle sue liste, non è d’accordo: "Un governo battuto sulla fiducia ad una legge di bilancio o sulla guerra deve obbligatoriamente dimettersi. Ci sarà ancora da lavorare sul testo". Stessa interpretazione danno sia Peppino Calderoli (esperto di riforme del centrodestra) sia il Pd: "La Lega ha ottenuto il diritto all’imboscata". Opposta la lettura di Balboni (FdI)i: "Il pallino ora resta sempre in mano al premier eletto".

Un altro punto interrogativo riguarda la legge elettorale. Il testo non entra nello specifico, ma presuppone un premio nazionale: capita tuttavia che sia la stessa ipotesi presente nel primo testo della legge Calderoli del 2006, per cui l’allora presidente della Repubblica, Ciampi, impose una modifica dal momento che al Senato il premio nazionale non è possibile. Ma c’è di più: secondo la nota sentenza della legge costituzionale, per arrivare al premio bisogna superare la soglia del 40%. E se nessuno ci arriva, cosa succede? Si vedrà. Gli emendamenti confermano il tetto dei due mandati per il premier, modellato sulla regola in vigore per i sindaci: in caso di interruzione anticipata della legislatura (prima della metà) ci può essere una terza candidatura, dunque sulla carta il presidente del consiglio può stare a Palazzo Chigi 10 anni e mezzo. E viene confermato pure che il capo dello Stato, su proposta del premier, non solo avrà il potere di nomina dei ministri ma anche di revoca.

Ben più cospicui – sono quasi duemila – gli emendamenti presentati dall’opposizione: tra questi, spiccano gli 817 del Pd. Scremati da quelli soppressivi che si mettono solo per scena, le proposte democratiche ’sostanziali’ sono ispirate al sistema tedesco ma si riducono alla fiducia al solo premier da una sola Assemblea, al potere di chiedere la revoca dei ministri e alla sfiducia costruttiva. La scelta di non inserire apertamente il cancellierato tedesco tra gli emendamenti dipende dalla paura di scontentare quella parte di elettorato, a sinistra piuttosto numerosa, che considera il testo del 48 intoccabile, e avrebbe preso male una proposta di revisione comunque profonda. Messe così le cose, però, è inevitabile che il referendum finisca per trasformarsi in un’ordalia tra democrazia plebiscitaria e difesa secca dello status quo.