Venerdì 21 Giugno 2024

Resi gratuiti addio? Perché i brand di moda iniziano a farli pagare

Sono sempre di più le aziende fashion e le piattaforme per l’e-commerce di capi e calzature a far pagare i resi dei prodotti acquistati online, ecco perché

Acquisto di prodotti online

Acquisto di prodotti online

Acquistare articoli di moda online è una pratica che, per molto tempo, ha faticato a decollare perché gli utenti erano abituati a provare i prodotti e temevano che abiti, scarpe e accessori comprati su internet e recapitati a casa non fossero della taglia giusta. Per ovviare a questo problema, praticamente tutte le maggiori aziende fashion e le piattaforme sulle quali si vendevano gli articoli hanno dato ai propri clienti la possibilità di rendere in modo gratuito e comodo i prodotti che non andavano bene o non soddisfacevano le aspettative. Dopo qualche anno, la moda, a poco a poco, sta facendo marcia indietro. Le cause? Costi sempre maggiori ma anche il fenomeno del wardrobing. I resi non sono più gratuiti? L’ultima in ordine di tempo è stata la factory svedese del fast fashion H&M, che ha annunciato l’addebito al cliente dei costi per l’eventuale reso dei suoi prodotti acquistati online. In Italia le restituzioni (escluse quelle direttamente in negozio) sono gratuite per i clienti iscritti al Programma Fedeltà e costano 2,99 euro per gli altri. Già prima erano state le aziende del gruppo Inditex – che comprende tra gli altri i marchi Zara, Bershka e Stradivarius – a introdurre una commissione sui resi effettuati nel Regno Unito di 1,95 sterline. In Italia il costo per le restituzioni online è pari a 4,95 euro, somma che viene detratta direttamente dal totale da rimborsare al cliente. Ci sono poi altri brand, come Next e Uniqlo, che già da tempo non davano la possibilità di rendere in modo gratuito i capi acquistati online. I motivi dei resi a pagamento e il wardrobing Ma perché il mondo della moda ha fatto marcia indietro sui resi gratuiti dei prodotti acquistati online? La risposta è molto semplice: perché i costi di questo servizio non sono evidentemente più sostenibili per le aziende, almeno quelle di fast fashion che vendono articoli a prezzo più basso rispetto ai brand del lusso. A pesare sono soprattutto la grande mole di prodotti che vengono restituiti e il conseguente impegno logistico che le aziende devono sopportare per ricevere indietro gli articoli dai clienti. Una situazione che è diventata molto più onerosa durante la pandemia del 2020-2021, con la grande accelerazione degli acquisti online. Non solo costi elevati, sull’addio ai resi gratuiti pesa anche la cosiddetta abitudine al wardrobing, il fenomeno per il quale i consumatori comprano abiti, scarpe e altri articoli fashion con l’intenzione di usarli per un breve periodo di tempo (a volte anche solo per una serata) e poi restituirli in modo gratuito. Una tendenza sempre più diffusa e che pesa in modo molto consistente sull’industria della moda e sulla sua sostenibilità. I prodotti usati solo per poche ore che vengono smaltiti, ricollocati o riciclati, hanno alti costi sia economici che ambientali.