Venerdì 19 Luglio 2024
CEDITORIALI
Moda

Fast fashion, cos’è e quanto durerà

Criticità e speranze legate all'industria della moda usa e getta

There is no Planet B

There is no Planet B

Quando si parla di inquinamento, il settore della moda non sempre è incluso tra gli ambiti da regolamentare. Nell'ultimo periodo, tuttavia, è sotto la lente dell'Ue, che si propone di cambiare l'attuale situazione. Il campo della moda è, infatti, responsabile di circa il 20% delle acque reflue del pianeta e intorno al 10% delle emissioni di gas serra, rendendolo uno dei principali colpevoli dell'inquinamento mondiale. La visione dell'Unione europea è ottimista e gli interventi in merito mirano al superamento di questo modello, ma, nonostante i profitti di alcuni marchi leader nel settore come Boohoo, Pretty Little Thing e ASOS abbiano subito una battuta d'arresto negli ultimi anni, altri grandi nomi, quali Zara e H&M, continuano a registrare guadagni considerevoli. Lo stesso vale per Shein, il discusso colosso con sede in Cina, che, non solo attira nuovi clienti, ma è anche in grado di aggiungere ogni giorno nuovi articoli sul suo sito. Dati che fanno vacillare le speranze suggerite dall'Ue e che insinuano il legittimo dubbio che la fast fashion non ha intenzione di andare da nessuna parte.  

La posizione dell'Ue e il costo della fast fashion

Gli eurodeputati hanno di recente votato in favore di raccomandazioni che puntano al superamento della moda usa e getta. Tra queste ci sono politiche per rendere gli abiti più resistenti, riparabili e riciclabili, ma hanno anche approvato regolamenti che mirano al rispetto dei diritti umani, al benessere degli animali e alla salvaguardia del pianeta. A fare le spese del mercato della moda mordi e fuggi, non è però l'Europa. Così come le conseguenze, anche il prezzo da pagare non è sotto gli occhi di tutti, se non nel caso di episodi catastrofici come quello del crollo del Rana Plaza. Le discariche tessili crescono a dismisura nelle lande deserte del Sud America e nelle nazioni africane, fabbriche e sedi legali sono per lo più nell'est del mondo, dove la manodopera è specializzata ma altamente sottopagata. Da un canto l'Ue può essere in grado di imporre regole agli stati membri, ma dall'altro, il punto è come aiutare i Paesi al di fuori dell'Europa. A sopportare il peso delle scelte dei consumatori e delle aziende sono luoghi come il deserto di Atacama in Cile, il Ghana e il Kenya, trasformati in cassonetti del mondo. Un titolo che è stato spesso affibbiato al deserto cileno, che si stima ospiti 741 acri di vestiti abbandonati, spesso perché impossibili da rivendere nonostante non siano mai stati indossati. Lo stesso problema si presenta in Ghana. Il Paese è uno dei maggiori importatori al mondo di abiti di seconda mano, ma, a causa della scarsa qualità e dell'enorme quantità, molti indumenti vengono incendiati o abbandonati dando vita a vere e proprie discariche a cielo aperto, come nel caso della laguna di Korle o della spiaggia di Acca, con notevoli conseguenze per l'inquinamento ambientale e degli oceani, senza considerare l'impatto sulle condizioni di vita degli abitanti del luogo.

Si può fermare la fast fashion?

La situazione economica globale non aiuta. Con l'inflazione in aumento e il budget sempre più limitato, inevitabilmente le scelte dei consumatori ricadono sui prodotti meno costosi. Le abitudini degli acquirenti poi, sono radicate su un processo consumistico. La maggior parte degli indumenti, infatti, non vengono scartati perché usurati ma perché ritenuti non più adatti o semplicemente non piacciono più. Il problema principale è dunque legato allo smaltimento dei capi più che alla produzione. Molte delle alternative che appaiono più sostenibili di altre, hanno comunque processi di smaltimento lontani dall'ecologico. I punti di vista da considerare e ai quali trovare rimedio per avviarsi verso la fine di questa era della moda low cost sono dunque molteplici. Regolamentare la produzione e introdurre una legislazione sui salari e sulla manodopera è sicuramente il punto di partenza, ma il cambiamento deve investire anche la domanda dei consumatori, che dovrebbero essere educati e indirizzati verso scelte differenti.