Valeria Rossi, la seconda vita: "Sole, cuore e amore. E adesso (senza palco) faccio cantare le piante"

Nel 2001 spopolò in radio (e non solo) col tormentone ‘Tre parole’. Da allora ha studiato, si è candidata, ha lavorato in Comune: "Il lavoro all’Anagrafe non faceva per me: troppa burocrazia"

Valeria Rossi, 54 anni, nata a Tripoli e vive a Monza, ebbe successo con 'Tre parole'
Valeria Rossi, 54 anni, nata a Tripoli e vive a Monza, ebbe successo con 'Tre parole'

Milano, 15 gennaio 2024 – Un pomeriggio di gennaio, Anno Domini 2024. Dall’autoradio passa la voce di Valeria Rossi: ‘Dammi tre parole / sole cuore amore / dammi un bacio che non fa parlare’. Da quell’estate del 2001 il suo brano non ha mai smesso di suonare. Quando si dice un pezzo riuscito.

Ventitré anni dopo Valeria Rossi dove vive? E cosa fa?

"Vivo a Monza. Ho appena partecipato a un festival bellissimo".

Dettagli?

"La poesia come cura... Sembra eccentrico solo in Italia".

Altrove, invece?

"Nel mondo anglosassone è una pratica molto diffusa. Nulla di sostitutivo alle cure mediche o psicologiche, sia chiaro".

Lei se ne occupa?

"No, ma sono stata chiamata a parlare di un progetto affine, perlomeno come idea di fondo: trovare una connessione profonda con noi stessi, con il nostro centro, con l’ambiente attorno. Loro lo fanno con i versi, io con il suono della natura".

Il progetto Voiceplant.

"Raccogliamo la voce delle piante e la trasformiamo in musica".

Ne sono nati due brani, entrambi disponibili su Spotify.

"Due esperienze bellissime, figlie dei gruppi di lavoro con cui mi sono trovata: dei liceali e una compagnia teatrale di persone con sindrome di Down".

E come parlano le piante?

"Hanno voci differenti. Un limone ha un carattere, dunque una voce, una zucchina un’altra".

Chiariamo anche qui: l’esoterismo non c’entra…

"No, no. Il progetto ha basi scientifiche. Traduciamo la carica elettrica presente nella linfa in onde sonore. E su quelle lavoriamo poi di creatività".

È la sua seconda vita. Anzi la terza, la quarta, la quinta.

"Io ci vedo un percorso unico, da ’Tre parole’ fino a qui".

In mezzo ci sono state due lauree, studi in Agraria, una candidatura alle Amministrative, un concorso vinto, il lavoro all’anagrafe di Monza, un figlio, il calcio amatoriale.

"Di lauree ne ho una sola, in Antropologia. Quella in Legge l’ho lasciata a un passo dalla tesi".

Cosa è successo?

"È passato il ciclone".

‘Tre parole’?

"Eh sì".

Migliaia di copie vendute, due tournée, passaggi radio, festival, interviste. Com’era?

"Un vortice infinito. Tre anni".

Le manca?

"Non lo so. E non so dire se sia un peccato o una fortuna che a un certo punto si sia fermato. Di sicuro mi è servito. E di sicuro a un certo punto avevo bisogno di costruire, di fare altro".

Parlavamo del percorso.

"Il punto di contatto tra tutte le mie esperienze è il riconoscere che ogni sistema è regolato, capirne le regole. Ho iniziato con la norma giuridica, sono passata per quella musicale, poi è arrivata quella antropologica, oggi c’è quella naturale, biologica. Tra una tappa e l’altra ci sono le metamorfosi, che scandiscono la crescita. E le crisi, che si trasformano in opportunità".

Che regola c’è dietro al successo di ’Tre parole’?

"E chi lo sa".

Ventitrè anni di passaggi radio, spot tv, milioni di ascolti online. Se uno dice: ‘dammi tre parole’, l’altro risponde ’sole cuore amore’, lo sa, vero?

"( ride, ndr ). Sul suo successo mi sono interrogata anche io. Sarà il testo malinconico su una base allegra? Saranno i passaggi tra accordi maggiori e accordi minori? Sarà la semplicità?".

Come convinse i discografici?

"Inventandomi appuntamenti".

In che senso, scusi?

"In senso letterale".

Ci spieghi.

"Buongiorno, ho appuntamento col dottore alle 9,30. Non le risulta? Molto strano. Controlli bene, sarà un disguido, sto venendo da Roma apposta, sa?".

Geniale.

"Era più facile in un tempo in cui non c’erano le email e Whatsapp sui cellulari".

Dove bussò?

"Dappertutto. Anche a Bologna, da Lucio Dalla".

Finché?

"Una cassetta lasciata su una scrivania fu ascoltata, e qualcuno disse: però, funziona".

Non ha funzionato, invece, il suo lavoro all’Anagrafe del Comune di Monza.

"No, confermo".

Perché?

"Posso essere sincera o devo essere diplomatica?"

Sincera.

"Quello della burocrazia è un mondo pessimo, immune ai tentativi di miglioramento".

Lei perché ci era arrivata?

"Mi incuriosiva la possibilità di aiutare i cittadini, di essere al loro fianco. Ho trovato un mondo di obblighi e punizioni".

Ha rinunciato al posto fisso.

"Non faceva per me. Io devo conoscere, scoprire, creare".

Cosa fa una romana a Monza?

"Amo Roma, conosco ogni sampietrino. Ma ho già dato. Qui invece la natura è a un passo. C’è un parco grandissimo e bellissimo, sa? Tutti conoscono l’autodromo che c’è dentro, ma è il contorno la parte migliore".

La sua giornata?

"Cerco di nutrire me stessa, studio, imparo cose nuove, coltivo le piante e la mia famiglia".

E gioca a calcio.

"È grazie al calcio che ho studiato per il concorso in Comune".

E perché mai?

"Mi ero fatta male giocando, ero bloccata a casa, così ho trasformato una crisi in crescita".

E la passione per il calcio?

"Una crisi trasformata anche quella. È la metamorfosi".

La descriva in tre parole.

"Finisce il temporale, segui l’arcobaleno, ai suoi piedi trovi un forziere. Ci ho sempre creduto. Funziona".

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