"Un Medioevo pieno di immagini. Come ora"

Il nuovo giallo storico di Marcello Simoni, con due donne protagoniste: "È il mio omaggio a Ildegarda di Bingen, studiosa e profetessa"

"Un Medioevo pieno di immagini. Come ora"

"Un Medioevo pieno di immagini. Come ora"

È il numero 29. Tanti sono i libri, tra romanzi e saggi, sfornati da Marcello Simoni, che nella sua bacheca vanta anche il premio Bancarella (2012). Il giallo storico è il suo elemento, il Medioevo la sua passione. E Morte nel chiostro (La nave di Teseo), da oggi nelle librerie, l’ultima fatica letteraria. Per qualcuno è la versione al femminile de Il nome della rosa, il capolavoro di Umberto Eco che ha appassionato generazioni di lettori.

La storia, ambientata nel XII secolo, parte da Ferrara, dove sono in corso le esequie di papa Urbano III. Nel frattempo, il piccolo monastero femminile di San Lazzaro, alle porte della città, è sconvolto da una serie di misteriosi delitti. A rimettere le cose a posto ci penseranno la badessa Engilberta di Villers, originaria dei boschi nordici del ducato di Brabante, e Beatrice de’ Marcheselli, giovane vedova entrata come novizia a San Lazzaro dopo la scomparsa del marito. L’indagine si consuma nell’arco di una giornata. E tiene incollato il lettore fino all’ultimo.

"Ho scelto di non dare tregua ai miei personaggi – spiega Simoni – e, soprattutto, di mostrare un mondo, quello del monastero medievale, tutt’altro che lugubre, come invece spesso si crede. Era infatti un microcosmo interessantissimo".

Essere accostato a Eco è un orgoglio o un peso?

"È un legame importante. Anche perché siamo tutti suoi eredi. Parlo soprattutto di chi si approccia alla simbologia dell’arte e all’estetica medievale. Eco è stato un maestro. Ma io e lui siamo diversi".

Ovvero?

"Eco lavorava intorno alla parola, io intorno alle immagini. La mia prosa è più diretta e orientata soprattutto al thriller di tipo americano: penso ad autori come Glenn Cooper o a James Patterson. Tra l’altro questo è il primo romanzo, tra i tanti che ho scritto, che ha per protagoniste due donne. Una scelta che risponde a uno scopo".

Quale?

"Il Medioevo è fatto anche di donne. Come Ildegarda di Bingen, religiosa di enorme cultura, profetessa, studiosa della natura, ma soprattutto figura assai poliedrica e capace di sfidare un uomo come Federico Barbarossa. Le protagoniste del mio romanzo sono anche un omaggio a quella figura, che non è la sola importante del Medioevo". Il Medioevo è un suo pallino. Ed è tutt’altro che un’epoca buia, come spesso si crede…

"Esatto. Lo dimostrano gli studi di Jacques Le Goff e, in tempi più recenti, di Alessandro Barbero e Chiara Frugoni. Tra l’altro, il Medioevo ha alcuni punti di contatto con l’epoca in cui viviamo: comunica attraverso le immagini, proprio come accade oggi. Mi riferisco agli affreschi, ma anche ai miniaturisti, che pensavano come certi nostri fumettisti e instagrammer".

Non è un po’ azzardato accostare Instagram al Medioevo?

"In realtà no. Certo, bisogna intendersi: la nostra cultura figurativa è assai più povera rispetto al passato. E molto dipende anche dai contenuti che circolano su quel social. E tuttavia, un legame antropologico c’è: le immagini del Medioevo sono in noi. Ci sono quelle sacre, ma pure quelle grottesche e caricaturali, figlie di una creatività burlesca e vernacolare. Alto e basso, come accade oggi".

Il suo ultimo romanzo è ambientato nei dintorni di Ferrara: cosa resta di quella città?

"Qualcosa certamente. Per esempio, il monastero di Sant’Antonio in Polesine, al quale mi sono ispirato per dare forma al monastero di San Lazzaro. E, direi, anche certe nebbie locali ancora presenti".

Il giallo storico è un genere assai inflazionato. Come distinguersi dai colleghi di penna?

"Bisogna avere anzitutto rispetto per la materia trattata e puntare sull’originalità, soprattutto nella scrittura, evitando di scimmiottare stili altrui. Ma in fondo il Medioevo è un oceano di temi, di suggestioni. C’è spazio per tutti".

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