Negramaro a Sanremo: "Ricominciamo tutto, basta cinismo e pregiudizi"

Il gruppo di Sangiorgi torna al Festival a 19 anni dall’esordio tra i “Giovani“ "Il nostro un brano politico? Lo diventa se condiviso da tante persone"

C’era una volta una gatta... Scesa dal palcoscenico di Cats, Malika Ayane si prepara a salire su quello dell’Ariston nella serata dei duetti per regalare il suo charme felino ai Negramaro tra i ricordi virati ocra di quella Canzone del sole evocata pure nel testo di Ricominciamo tutto, il brano con cui la band salentina torna in gara a Sanremo dopo 19 anni, citando le "bionde trecce" di battistiana memoria.

Negramaro a Sanremo
Negramaro a Sanremo

"Se è per questo, il pezzo menziona pure le discese ardite e le risalite de Il mio canto libero", puntualizzano Giuliano Sangiorgi & Co. costretti allo slalom sull’argomento dalle imposizioni del Festival, che vieta agli artisti ogni riferimento ai duetti del venerdì fino alla loro ufficializzazione da parte del conduttore-lider maximo. "L’esortazione del brano che portiamo in gara non nasce da una crisi" assicura Giuliano, 45 anni proprio domani. "Il tema mi è venuto in mente sulle nevi di Roccaraso, guardando mia figlia Stella giocare. Uscivamo dal reset forzoso che ci ha imposto la pandemia e il primo pensiero è stato: ricominciamo tutto. Quindi l’invito a ripartire è un atto di speranza, una sorta di imperativo, nella convinzione che per stare bene bisogna riconoscere nell’altro la persona pura, ripulita da qualunque pregiudizio. E bisogna farlo cominciando da sé. Come dicevano Neruda: è importante rinascere ogni giorno. Quando ho fatto ascoltare il pezzo a Lele, il nostro chitarrista, la prima parola che gli è uscita dalle labbra è stata: Sanremo!".

Canzone politica?

"Non esistono canzoni politiche e canzoni leggere. Nel momento in cui un testo musicato viene condiviso da milioni di persone diventa necessariamente politico. Oggi regna il timore dell’altro. Viviamo in un cinismo spietato. Ma io preferisco morire che iniziare a diffidare. Perché quello è l’inizio della fine. Pollice alto o pollice verso e, in mezzo, nessuna riflessione. Con Io capitano Garrone ha fatto servizio sociale con la massima delle espressioni artistiche, trovando il coraggio che altri non hanno avuto. Facendo vedere la tragedia di tanti uomini e donne attraverso un cellulare e per mostrare che i sogni dei ragazzi sono tutti uguali ovunque si trovano. È quando si infrangono quei sogni che inizia il problema".

Dall’eliminazione fra le “nuove proposte” del 2005 e oggi, ne è passata d’acqua sotto ai ponti.

"Per consentirci di partecipare, Caterina (Caselli, ndr) sfilò ‘Mentre tutto scorre’ a Mina. E noi vincemmo il Festival pur perdendolo. Allora dopo aver cantato telefonai a mio padre, che oggi non c’è più e mi mancherà non poterlo chiamare. Anche se una volta che hai attraversato la sofferenza per una persona cara che se ne va, non senti più niente. E questo non me lo perdono".

Il nuovo album?

"Uscirà a primavera inoltrata e lo incideremo a marzo negli Hansa di Berlino, gli stessi studi di David Bowie, di Iggy Pop o degli U2 di Achtung baby. Nel periodo dei viaggi con la mia compagna Ilaria e nostra figlia ho scritto un brano che s’intitola Berlino Est e da lì è partita l’idea".

Che impressione vi fa l’invadenza dei social?

"Viviamo in una “commentocrazia“ asfissiante. E forse Umberto Eco non aveva poi tutti i torti quando diceva che i social danno parola a milioni di imbecilli. Prendi il caso Ferragni, prima tutti ne parlavano bene e non potevi levare una voce fuori dal coro, mentre ora assistiamo a una vera gogna mediatica – e non entro nel merito della questione – che sta diventando vero squadrismo. Medioevo del nuovo millennio".

In estate vi aspettano cinque stadi, fra cui San Siro il 22 giugno. E il 15 suonate al “Maradona” di Napoli nel ricordo di Pino Daniele.

"Con Pino ci conoscevamo e avremmo dovuto addirittura collaborare assieme, ma il destino non ce ne ha lasciato il tempo. Ricordo che quando mi propose di scrivere una canzone in coppia tentennai, perché faticavo anche solo a pensare di poter lavorare con un gigante così. Fu lui stesso a convincermi, dicendo: “tu ‘o può fa’ pecché tine l’anema ‘e lo stesso culore mio” ".

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