La ricostruzione di due azhdarchidi
La ricostruzione di due azhdarchidi

Immaginiamo una giraffa volante. Dato per risolto il problema delle ali, l'handicap principale sarebbe il collo: troppo lungo e pesante per portarselo dietro in aria senza che si spezzi. Eppure, alcune specie giganti di pterosauri, gli antichi rettili volanti, avevano un collo ancora più lungo, ma riuscivano a tenerlo dritto anche mentre solcavano i cieli sostenendo una testa di un metro e mezzo. Senza contare il peso delle prede catturate e la resistenza dell'aria. Come ci riuscissero era un mistero, finalmente risolto dai paleontologi della University of Portsmouth e della University of Illinois at Urbana-Champaign. Il loro segreto stava nella particolare struttura interna delle vertebre, mai vista prima in nessun altro animale.

Vissuti nel Cretaceo dai 145 ai 66 milioni anni fa, gli pterosauri della famiglia degli azhdarchidi sono gli animali volanti più grandi mai esistiti, con un'apertura alare che poteva raggiungere i 12 metri: quanto un aereo Cessna. E avevano appunto colli "assurdamente lunghi", come li definisce uno degli scienziati, Cariad Williams, al tempo stesso robusti e leggerissimi.

I ricercatori hanno scoperto lo straordinario progetto ingegneristico del collo degli azhdarchidi analizzando con la tomografia computerizzata alcune rare vertebre integre scoperte in Marocco. All'interno contengono numerose strutture di tessuto simili ai raggi di una ruota, che collegano il tubo neurale al centro (quello che racchiude il midollo spinale) all'osso esterno. I raggi sono disposti a spirale e si incrociano l'un altro, una costruzione intricata che aumenta in modo significativo la capacità di carico senza compromettere la leggerezza: cinquanta raggi per vertebra sono sufficienti a permettere al collo di sostenere il 90% di peso in più.

"L'evoluzione ha plasmato gli azhdarchidi in creature volanti incredibilmente efficienti", dice un altro dei ricercatori, Dave Martill, convinto che le loro ossa e i loro scheletri fossero autentiche "meraviglie della biologia".

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista iScience.