Martedì 23 Luglio 2024
ANDREA SPINELLI
Magazine

Ligabue ha voglia di noi: "Solo insieme ci salviamo"

Il nuovo album del rocker di Correggio. "Mi sento fuori moda e fuori posto come tanti, perciò dobbiamo stare dalla stessa parte"

Luciano Ligabue, 63 anni. Venerdì uscirà il nuovo album Dedicato a noi

Luciano Ligabue, 63 anni. Venerdì uscirà il nuovo album Dedicato a noi

Il titolo originale di un super classico di Ligabue come Salviamoci la pelle ha quattro punti esclamativi. Il nuovo album Dedicato a noi, in uscita venerdì, ne aggiunge metaforicamente un quinto. Perché l’iniziale Così come sei non è altro che il sequel di quella lontana hit scritto dell’idolo di Correggio per rassicurarci che, trentadue anni dopo, “lui e lei” stanno ancora insieme. Che si sono salvati la pelle, così come pensiamo di essercela salvata tutti davanti a questi undici nuovi brani malati di sentimento, di provincia e, sì, di anni Novanta. Quelli delle canzoni-racconto, vera specialità del rocker con le scarpe da tip-tap. Album con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro, tanto per citare un riferimento irrinunciabile della sua vita, che, dopo la sbandata giovanilista di Start (con Federico Nardelli in cabina di regia nonostante non sia né Gazzelle, né Fulminacci), sorprende Ligabue nuovamente al fianco di Fabrizio Barbacci, già produttore di Buon compleanno Elvis e degli altri dischi arrivati ad impreziosire il suo decennio aureo. "Di inizi decennio in vita mia ne ho contati sei, ma mai uno come questo – ammette – Fra pandemia, guerra sulla porta di casa, catastrofi originate dai cambiamenti climatici, impennata impressionante del tasso di stupri e femminicidi, ragazzi della Generazione Z che riconoscono sul lettino dello psicologo di non avere un’idea di futuro, c’è da rimanere storditi. Ecco perché penso ci sia bisogno di unità e quindi quel ‘noi’ che ho messo nel titolo".

Già nel suo primo album affiorava la parola “noi” nel titolo di una canzone.

"Già, ma in Non è tempo per noi lo usavo per condividere la sensazione di sentirsi fuori dai giochi. Pure oggi mi sento fuori moda e fuori posto come tanti, ma anche convinto della necessità di stare tutti dalla stessa parte per affrontare le storture dei tempi".

Nel tour del 2000 suo figlio Lorenzo Lenny, armato di ciuccio, si aggirava per la prima volta nei camerini di papà. Ora quel bambino, ormai venticinquenne, è il batterista titolare di questo album.

"Non è stata una scelta mia, ma di Barbacci. Mi ha detto che, secondo lui, Lenny era quello giusto per l’album carezzando da un lato il mio orgoglio di papà, ma mettendomi addosso un po’ d’agitazione. Alla fine, è andata bene. Ci abbiamo messo tanto a fare questo album e tutto il tempo passato insieme ha permesso a Lenny di conoscermi meglio dal punto di vista professionale, con ricadute, credo, pure sul nostro rapporto padre-figlio. Più di così non avrei potuto chiedere".

Roma è al centro di Una canzone senza tempo.

"Non riesco a non amare questo paese. E la cosa che mi tiene ancorato è la bellezza. Il fidanzato di mia figlia Linda (in famiglia tutti i nomi iniziano con la ‘L’ perché nonno Marcello, partigiano, era convinto che quella lettera portasse fortuna - ndr ) è di Baltimora e sono felicissimo di portarlo alla scoperta del paese più bello del mondo. E nonostante tutte le sue disfunzioni, Roma rimane una delle città senza tempo, sospesa".

Tornare a lavorare con Barbacci poteva nascondere il rischio di rifare oggi il Ligabue di vent’anni fa.

"Poteva, ma non ci ho pensato. Ogni volta ti rivolgi a un produttore metti in piedi una collaborazione/conflitto perché il suo compito è quello di far funzionare le cose in un modo con cui magari non sempre ti trovi d’accordo. Ma a me serviva un suono in cui potermi riconoscere e Barbacci me l’ha dato. Un album di chitarre in un momento in cui le chitarre nei dischi non è che godano grande fortuna. Diciamo, quindi, un album costruito ostinatamente sul suono che ci piace".

Il 9 e 10 ottobre parte dall’Arena di Verona un tour atteso pure a Firenze, Bologna, Brescia, Rimini, Ancona, Perugia, Milano, Livorno. Ma per promuovere il disco c’è pure la tv. E in Italia c’è una sola trasmissione capace di raggiungere 13-15 milioni di telespettatori. Ci ha fatto un pensierino?

"Sanremo. Una volta o l’altra ci tornerò, perché l’ultima volta ho provato a giocare la carta dell’autoironia, ma ‘non mi sono espresso al meglio’. Con l’idea di strappare un sorriso prendendomi in giro, assieme agli autori abbiamo messo in piedi una gag simile a quella che Will Smith s’era giocato al Tonight Show di Jimmy Fallon qualche tempo prima: ovvero una serie di incursioni spiritose, una più esagerata dell’altra. Solo che lui è un attore, io no. E la gente non ha riso. Quindi spero di tornare in Riviera per regalare al pubblico dell’Ariston la più classica delle esibizioni".