Lunedì 17 Giugno 2024
SILVIA ANTENUCCI
Libri

"Il carcere è inutile. E ci riguarda". Il viaggio di Daria Bignardi nell’isolamento

Il nuovo libro: un’esplorazione dell’umanità “ristretta“. "Il sentimento prevalente è il senso di colpa"

Daria Bignardi (Ansa)

Daria Bignardi (Ansa)

Firenze, 21 maggio – Daria Bignardi torna in libreria con un docu-book sulla realtà del carcere e sulle forme dell’isolamento. L’invasione barbarica del carcere e la gioia salvifica delle piccole cose: Ogni prigione è un’isola (Mondadori), che intreccia storia personale a testimonianze e riflessioni, sarà presentato mercoledì 22 a Firenze alla Libreria Cinema Giunti Odeon (ore 18,30) con Agnese Pini, direttrice di Quotidiano Nazionale, il Resto del Carlino, La Nazione, Il Giorno, Luce! e Azobor Ernest. "Nessun uomo è un’isola" scriveva il poeta John Donne, suggerendo che ognuno di noi è partecipe dell’umanità e pertanto presente al prossimo e solidale con le altrui sofferenze. Daria Bignardi sembra riprenderne il pensiero nel suo libro, dove racconta la realtà del carcere e i temi a essa connessi: l’isolamento, la violenza, gli errori giudiziari, l’esperienza femminile della prigione anche attraverso le parole di Goliarda Sapienza, che in Università di Rebibbia raccontò la sua detenzione a seguito di un furto di gioielli. Attraverso le storie di detenuti e detenute, direttrici di istituti, ispettori e commissari, passando per le proprie esperienze personali e professionali – dall’arresto di un giovane fidanzato alla corrispondenza con Scotty, carcerato americano nel braccio della morte, all’impegno a San Vittore per il programma Tempi Moderni – Daria Bignardi compone un quadro dalle molteplici voci e prospettive.

Daria, nel libro si apprende che il carcere è uno dei fil rouge della sua vita. Come è cambiata nel tempo la sua percezione di questa realtà?

"Il carcere è inutile. E ci riguarda". Il viaggio di Daria nell’isolamento
"Il carcere è inutile. E ci riguarda". Il viaggio di Daria nell’isolamento

"È una domanda che ha una risposta che non vorrei dare: una percezione sempre più desolata. Ma ho imparato che, come dice una delle persone che incontro nel libro, la giudice Cossia, bisogna accontentarsi delle piccole cose: una riabilitazione tra cento recidive, una vittima e il suo oppressore che si parlano, un figlio che non ripete gli errori del padre".

Svetlana Aleksievič sosteneva che in un paese in guerra un uomo è come fosse illuminato a giorno. La stessa cosa accade in carcere?

"Nelle situazioni estreme, in guerra, in carcere, in mezzo a una catastrofe o naufragate su un’isola remota, le persone si mostrano per quello che sono veramente, senza sovrastrutture. Ed è anche molto più chiaro quel che conta veramente. Il poco che ci serve per sopravvivere: libertà, salute, amore, condivisione, lavoro. Guerra, carcere, violenza. Nel libro cita l’esperimento di Philip Zimbrando, a dimostrazione che le dinamiche di gruppo e i contesti possano trasformare le persone in aguzzini. Il male è banale? Quello di Zimbardo è un esperimento molto contestato ed è stato dimostrato che non fu eseguito in maniera scientifica. Ma credo che ugualmente si possa parlare, con Hannah Arendt, di banalità del male, e di come il contesto influenzi moltissimo le azioni e le scelte umane".

A proposito di isolamento obbligato, il Covid ci ha insegnato qualcosa in termini di solitudine e di empatia?

"Sembrava di sì ma non so se poi quella consapevolezza è rimasta. Ho l’impressione che l’abbiamo rimossa in tanti. Tanti altri invece hanno maturato scelte nuove".

Condizioni durissime, sovraffollamento, solitudine e morti violente. La violenza che pervade il carcere è strutturale?

"Temo di sì. È quello che mi hanno detto in tutti questi anni non solo le persone ristrette ma anche gli agenti di polizia penitenziaria, i direttori di istituto, gli educatori, i criminologi che ho conosciuto: sembra che la violenza sia patogena, un effetto collaterale del carcere così come è organizzato oggi. Nel Processo, Josef K. muore sentendo che “la vergogna gli sarebbe sopravvissuta“".

Quale sentimento si impone tra tutti, nell’esperienza dell’isolamento forzato?

"Credo sia il senso di colpa: nei confronti delle famiglie abbandonate e nei confronti di se stessi e degli anni di vita perduta. E anche nei confronti delle proprie vittime".

Come si restituisce realtà a un luogo che molto spesso è sterotipato o ignorato?

"Per quanto riguarda me ho cercato soprattutto di evitare la retorica, il moralismo e il buonismo. Di raccontare la realtà così come l’ho vista, le emozioni che ho provato e che provo. I dubbi, la desolazione, ma anche la ricchezza della vita e dell’umanità, dei sentimenti e dei valori. Senza giudizio".

Raccontare la violenza significa scarcerarla dall’isolamento che essa stessa provoca sollecitando chi legge all’empatia?

"Riconoscerla, raccontarla, senza paura e soprattutto senza morbosità. Sapendo che ogni sentimento umano, anche il peggiore, in quanto umani ci appartiene e ci riguarda".

Tra tutte le scrittrici e scrittori che ha intervistato, chi secondo lei ha il dono di narrare l’indicibile?

"Svetlana Aleksievič e Annie Ernaux sono le prime a cui penso. Neige Sinno, l’autrice di Triste tigre, ha molto in comune con loro. La capacità di raccontare con lucidità, precisione e grande talento letterario una materia incandescente come il male".

Resta il dubbio: la reclusione è una pratica necessaria o a volte si configura come una forma di vendetta sociale?

"Dipende dalla forma della reclusione: così come è oggi è quasi sempre una vendetta sociale, oltretutto dannosa alla stessa società. Costosa, dolorosa, inutile".