Martedì 28 Maggio 2024
LORENZO GUADAGNUCCI
Libri

Fra guerra e Shoah, la musica della memoria

Da “Un sopravvissuto di Varsavia“ di Schönberg alle opere di Strauss, Britten, Šostakovič: la forza dei “monumenti immateriali“

Fra guerra e Shoah, la musica della memoria

Fra guerra e Shoah, la musica della memoria

Arnold Schönberg nel 1948 è già Arnold Schönberg, uno dei musicisti più influenti del Novecento, l’innovatore del metodo dodecafonico, l’autore del Pierrot lunaire (1912). Eppure quell’anno, la sua composizione più recente viene eseguita, non già in uno dei grandi teatri d’Europa o d’America, bensì al Carlisle Gymnasium, la palestra universitaria di Albuquerque, nel Nuovo Messico, e per di più da un’orchestra amatoriale, diretta dal maestro Kurt Frederick, ebreo austriaco lì riparato dopo la fuga da Vienna nel 1938. È il 4 novembre 1948 e va in scena Un sopravvissuto di Varsavia, una partitura per coro maschile e orchestra da camera scritta da Schönberg in una dozzina di giorni, fra l’11 e il 23 agosto 1947. Il compositore austriaco, esule negli Stati Uniti fin dal 1933, l’aveva subito spedita a Sergej Kuseivickji, fondatore dell’omonima fondazione promotrice della musica contemporanea, ma questi l’aveva snobbata, giudicandola "deprimente". Così Schönberg, dopo mesi di inutile attesa, l’aveva proposta a Frederick e alla sua orchestra composta da medici e avvocati, studenti e ferrovieri, con il direttore del Dipartimento di chimica dell’Università locale come voce narrante....

Un sopravvissuto di Varsavia, in quel momento, era un’opera scomoda e a suo modo scandalosa, perché metteva al centro del libretto la testimonianza di uno scampato alla Shoah, in un tempo nel quale questa parola nemmeno esisteva. La guerra era appena finita e tutto andava ricostruito: le case e le città, ma anche l’idea di nazione e la dignità della vita umana e perciò nessuno parlava apertamente dello sterminio degli ebrei in Europa. Sono gli anni in cui gli editori europei rifiutano libri come Notte di Elie Wiesel e Se questo è un uomo di Primo Levi. L’opera di Schönberg è inquietante perché ospita la voce di un ebreo polacco – “Chi di noi riuscì a tenersi in piedi lo colpirono alla testa. / Devo aver perso i sensi; finché sentii un soldato che diceva: Son morti tutti“ – oltre a una preghiera sacra dell’ebraismo, lo Schemà Israel.

Troppo e troppo presto per le orecchie volte all’oblio del pubblico europeo e statunitense.

Non per Schönberg, arrivato a quella composizione dopo una fortissima presa di coscienza. Lui, ebreo laico viennese, si era convertito al luteranesimo per sentirsi più partecipe della cultura tedesca che tanto ammirava, ma all’avvento del nazismo si era riavvicinato all’ebraismo e aveva lasciato l’Europa lanciando allarmi che parevano esagerati, se non paranoici.

Nel 1934 scriveva all’ex allievo Alfred Webern: il programma dei nazisti è "né più né meno lo sterminio di tutti gli ebrei". E nel 1938 perorava la causa di uno stato ebraico per accogliere milioni di profughi: "C’è spazio nel mondo per circa sette milioni di ebrei europei?" Sappiamo com’è finita e perciò Un sopravvissuto di Varsavia è una pietra miliare della "musica della memoria", come la chiama Jeremy Eichler, autore di un bellissimo libro – L’eco del tempo (Marsilio) – che mette Schönberg a fianco di altri tre compositori: Richard Strauss, Benjamin Britten, Dmítrij Šostakóvič.

Strauss, mostro sacro della musica tedesca, negli anni dell’hitlerismo arrivò ad accettare il ruolo di presidente della Camera musicale del Terzo Reich. Non era nazista né antisemita, ma sottovalutò Hitler e i suoi gerarchi, o forse li accettò per conformismo e opportunismo. Anni dopo espresse il suo rammarico, ma soprattutto nei mesi finali della guerra, fra l’agosto ’44 e il marzo ’45, mentre le città tedesche venivano bombardate, scrisse Metamorphosen, un’opera di "sublime tragicità", considerata anch’essa un monumento alla memoria della guerra, al naufragio dell’umanità (e della cultura tedesca), per quanto Strauss, nell’annotare “In memoriam“ in calce alla partitura, mantenne una certa ambiguità sul significato profondo della composizione.

Ben più esplicito fu Benjamin Britten, figura tormentata di uomo e musicista, autore nel 1962 di War Requiem, concepita per la ricostruita cattedrale di Coventry, città martire della Seconda guerra mondiale, una composizione di chiara impronta pacifista; un pacifismo, rivendicato anche negli anni della guerra, che aveva suscitato attorno a Britten un clima di sospetto e diffidenza, con le conseguenti sofferenze. War Requiem, scrive Eichler, "onora i defunti in un registro solenne e tradizionale, ma insieme si rifiuta di normalizzare la loro disgrazia". Per l’ascoltatore, ancora oggi, è un monito a ribellarsi all’insensatezza delle guerre.

Infine Šostakovič, musicista geniale, non meno tormentato di Britten, un uomo vissuto a lungo nell’angoscia, col timore d’essere deportato in Siberia, e tuttavia disposto, in più occasioni, a celebrare Stalin e la grandezza del socialismo reale, fino a umiliarsi. Quando compone la Tredicesima sinfonia, che include i memorabili versi di Evgenij Evtušenko – col fulminante inizio “Non c’è un monumento a Babij Jar“ – dedicati al dimenticato e censurato massacro di trentatremila ebrei nel burrone nei pressi di Kiev, avvenuto nel 1941, Šostakovič è consapevole di realizzare un’opera di coscienza, un monumento alla memoria tanto più concreto in quanto immateriale, quindi destinato a restare per sempre.

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