Domenica 14 Aprile 2024

Jugoslavia fatale. Orrori di guerra, abisso europeo

“Alma“, il romanzo di confine di Federica Manzon. Fra Trieste e Belgrado, il muro che poteva essere un ponte.

Jugoslavia fatale. Orrori di guerra, abisso europeo

Sarajevo 1992: il violoncellista Vedran Smailović suona nella biblioteca semidistrutta

L’isola di Brioni, al largo di Pola, era un luogo incantato, e anche proibito, della Jugoslavia di Tito. Parco naturale con resti di insediamenti romani, era la residenza estiva preferita del maresciallo, che lì ospitò capi di stato e stelle di Hollywood, intellettuali amici e maggiorenti della federazione; Brioni, nemmeno nominata, ma chiaramente evocata, è un luogo magico e misterioso anche per Alma, protagonista dell’omonimo romanzo di Federica Manzon (Alma, Feltrinelli 2024). Un libro che indaga una frattura che ha qualcosa di fatale ma anche di insano: è la frattura che corre lungo il confine orientale, fra occidente e mondo slavo, fra Italia e Balcani. È un confine più poroso di quel che si vorrebbe; più aperto, nei fatti, rispetto ai proclami nazionalistici e alle insofferenze psico-sociali, ma per tutto ciò è un confine che produce dolori, dubbi, smarrimenti.

Alma, che pure vive a Trieste, città che si vuole “italianissima“, passa per Brioni da bambina, vestita da “piccola pioniera“ socialista, quasi una clandestina fra i coetanei jugoslavi, chiamati dalla propaganda di stato a omaggiare il padre della patria, venerato e temuto fondatore di un Paese che riuscirà a sopravvivergli solo per pochi anni. Alma è portata a Brioni dal padre, figura misteriosa e affascinante, uomo dell’est che si sposa a Trieste con la madre di Alma, contro la volontà dei genitori di lei, avversi a quello scapestrato slavo senza passato, senza storia, senza radici conosciute.

La coppia, due bohémien in perenne bolletta, vive modestamente alle spalle della città giuliana, sul Carso, vicino a quel confine che divide due mondi. Il padre di Alma è attratto, forse sopraffatto, dal mondo “di là“; spesso sparisce e torna dopo settimane o mesi, senza dire una parola dei suoi impegni, della sua vita oltreconfine. Forse è una spia, di certo scrive discorsi per il Maresciallo: è la metafora, per chi legge il romanzo, di un’attrazione – negata da benpensanti e sciovinisti più o meno mascherati – per l’idealismo politico e quel singolare esperimento che fu la Jugoslavia socialista.

E poi c’è Vili, il ragazzino serbo, coetaneo di Alma, che viene a vivere nella villetta sul Carso, poportato in casa, un giorno come un altro, dal capofamiglia di ritorno da una permanenza “di là“: è il figlio di intellettuali amici, in odore di dissidenza, una sorta di rifugiato. Sarà Vili, nel legame con Alma, nell’attrazione fortissima che li unisce, ma anche nella rottura che si consuma fra loro al tempo della guerra civile che portò alla dissoluzione della Jugoslavia, a mettere a nudo le ipocrisie, le chiusure, le cecità che resero incomprensibili, e drammatiche, le conseguenze della scomparsa di Tito, conseguenze che il papà di Alma intuisce immediatamente, conscio di ciò che cova nei circoli del potere, ossia la truce volontà di potenza dei nazionalismi a malapena contenuti dal carisma di Tito, come sperimenterà vivendo la distruzione di Vukovar, città di confine fra Serbia e Croazia.

Toccherà ad Alma, giovane giornalista bilingue, scoprire sul campo, da improvvisata e un po’ incosciente cronista da Belgrado, dalla parte dei “cattivi“, la dura realtà della guerra, l’improvvisa esplosione dell’odio fra concittadini, fra vicini di casa, fra popoli che parevano fratelli. La Jugoslavia è stata un’illusione? Il padre un idealista fallito? O poteva andare in altro modo?

Alma e Vili, nel loro incontro-scontro, nelle loro incomprensioni, nella scoperta che dietro certi non detti si celava una realtà diversa dalle apparenze, ci appaiono come due ragazzi europei che sembrano sul punto di cambiare il destino preparato da altri per loro, ma si fermano a un passo dal traguardo, frenati dai pregiudizi, dal peso della storia, da un confine che poteva essere un ponte, ma fu concepito e vissuto come un muro. Quando si incontrano a Trieste, tanti anni dopo la rottura di Belgrado, e si capiscono meglio, è ormai troppo tardi.

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