Il subcomandante che seduceva il mondo

Trent’anni fa, il 1° gennaio 1994, l’insurrezione zapatista in Messico lanciò la figura di Marcos, leader politico e icona globale

Il subcomandante che seduceva il mondo

Il subcomandante che seduceva il mondo

“Gli eroi son tutti giovani e belli” diceva Guccini in una vecchia canzone (‘La locomotiva’). E ancora giovane e bello, nella nostra mente, è il subcomandante Marcos, il capo militare e portavoce del più scalcinato esercito del ’900, quell’Ezln (Esercito zapatista di liberazione n azionale) che trent’anni fa sbucò letteralmente dalla selva messicana e occupò San Cristóbal de Las Casas, nel Chiapas. Era il 1° gennaio 1994 e Marcos guidava un manipolo di combattenti mal armati e peggio vestiti. Loro indios delle foresta dimenticati da tutti, lui bianco e istruito, un militante rivoluzionario ospite da tempo delle comunità indigene.

Marcos – “el sup” – è stato un’icona globale a cavallo del millennio, ma da tanto tempo non si mostra più, e nessuno sa come sia invecchiato, perciò la sua immagine pubblica si è cristallizzata nelle foto di trenta e venti anni fa: a cavallo, fiero, con la giubba scura e lo sguardo penetrante; in piedi, compiaciuto, sullo Zocalo di Città del Messico mentre parla a un milione di persone venute lì per lui, nel marzo 2001, al culmine della Marcia per la dignità degli indigeni, punto massimo e anche punto di caduta dell’Ezln sulla scena pubblica messicana. Gli eroi, dunque, restano giovani e belli, anche se Marcos dovrebbe avere oggi 66 anni – se davvero è Rafael Sebastián Guillén Vicente, classe 1957, come sostengono le autorità messicane – e, soprattutto,non è più il leader politico globale che fu.

E dire che con Marcos e l’Ezln parve cominciare una stagione politica nuova. Gli indigeni insorsero, il 1° gennaio ’94, ma non presero il potere, quel giorno né mai, perché non era il potere ciò che volevano, bensì far sentire la propria voce e denunciare al Messico e al mondo ingiustizie insopportabili. “Fratelli messicani – scrissero nella Prima dichiarazione della Selva Lacandona, passata alla storia col motto “Ya basta!“ – siamo il frutto di cinquecento anni di lotta".

Cominciò così, nello stupore dei media nazionali e internazionali, l’avventura neozapatista. Un’insurrezione prossima all’anarchia. Una guerriglia indigena guidata da un misterioso bianco. Un modo di comunicare del tutto nuovo: niente stereotipi rivoluzionari o neo guevaristi, ma un linguaggio fresco, ironico e vivace, alla portata di tutti. E un messaggio politico di denuncia e di rottura sia locale che globale: la dignità calpestata dei popoli indigeni da un lato, la violenza del neoliberismo dall’altro.

Non per caso, l’insurrezione scattò in una data simbolo: un capodanno, certo, ma soprattutto il giorno d’entrata in vigore il Nafta, trattato di libero commercio fra Messico, Stati Uniti e Canada, un passaggio di modernizzazione per la politica ufficiale, una campana a morto per “los de abajo”, quelli che stanno sotto, nel lessico neozapista. Con Marcos, insomma, prese forma la prima importante critica al modello neoliberista. I comunicati dell’Ezln, per tutti gli anni Novanta e nella prima decade Duemila, venivano tradotti e rilanciati in tutto il mondo. Furono l’anima del movimento per la giustizia globale, i testi più amati dagli “altermondialisti”.

Il subcomandante, con la sua vena originale e poetica, “parlava” a molti, ben oltre il recinto della vecchia-nuova sinistra rivoluzionaria. Diventò quasi di moda citarlo e mostrare la sua immagine. Ci furono pellegrinaggi in Chiapas di intellettuali e uomini politici (anche il nostro Bertinotti). Lui, Marcos, faceva politica, ma non disdegnava di coltivare la propria immagine “pop”. Convocava nella Selva lacandona il Primo incontro intercontinentale per l’umanitá e contro il neoliberismo (1996); si metteva in marcia verso la capitale riempiedo lo Zocalo (2001), si impegnava per far funzionare i “caracoles“, i municipi autogestiti in Chiapas, ma intanto concedeva interviste nelle quali confidava una passione speciale per Angiolina Jolie... E metteva a frutto il suo talento di scrittore scrivendo novelle con due protagonisti singolari: il Vecchio Antonio, un bianco saggio pieno di sapienza indigena, e Don Durito, uno scarabeo imprendibile e pieno d’arguzia. Erano favole politiche, le sue, piene di vita e di immaginazione.

La stessa immaginazione che Marcos ha sempre usato per definire la proposta degli zapatisti, diffondendo metafore che hanno fatto il giro del mondo. “Comandare obbedendo”, fuori da ogni logica di gerarchia; “Camminare domandando”, lontano dalle certezze dei rivoluzionari di generazioni precedenti; e il passamontagna indossato per essere finalmente visto.

Chi è dunque Marcos? L’Ezln una volta rispose così: "Marcos è un gay a San Francisco, un nero in Sudafrica, un asiatico in Europa, un chicano a San Isidro, un anarchico in Spagna, un palestinese in Israele, un indigeno in una via di San Cristóbal (...) Marcos è ogni minoranza oppressa, non tollerata, sfruttata che resiste e dice: ora basta!"

Marcos nel 2014 fece un passo di lato e prese il nome di Galeano, ma nell’ottobre scorso ha ripreso il suo nome, però si è degradato: non più subcomandante, bensì capitano. Ma è sempre lui, ironico e sferzante. Ora si firma così: “Capitan insurgente Marcos, dalle montagne del sudest messicano”.

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