I giganti del Novecento scrivevano a macchina

In mostra a Firenze, al Vieusseux, gli “attrezzi del mestiere“ di PPP, Gadda, Fallaci. "Per riflettere su quanto il mezzo influisca sulla creazione"

"C’è chi vive nel tempo che gli è toccato ignorando che il tempo è reversibile come un nastro di macchina da scrivere". Lo scriveva Eugenio Montale in una lettera al filologo e critico letterario Pio Rajna, senza immaginare, forse, che la sua macchina da scrivere sarebbe diventato presto strumento obsoleto ma allo stesso tempo oggetto di culto. La sua Olivetti lettera 22 è esposta ora in ottima compagnia, nella sede del Gabinetto Letterario Vieusseux di Palazzo Corsini Suarez di Firenze, dove si trova l’Archivio Contemporaneo Bonsanti. Qui, in sale recentemente aperte al pubblico, oltre a quella di Montale sono esposte le macchine da scrivere di Pier Paolo Pasolini, Carlo Emilio Gadda, Vasco Pratolini, Alberto Savinio, Giuseppe Prezzolini, Alberto Arbasino, Oriana Fallaci.

Ognuno di questi giganti del Novecento aveva un suo diverso "attrezzo del mestiere": alcuni massicci e pesanti, altri più agilmente portatili. Tutti veri e propri cimeli che, con il suono dei loro tasti, hanno accompagnato la stesura dei più bei romanzi, racconti, poesie e testi critici del Secolo Breve. I tasti della poesia. Gli scrittori alla macchina da scrivere è il titolo della mostra che, oltre a uno sguardo all’indietro, suggerisce riflessioni e fughe in avanti, sul come saremo in epoca di intelligenza artificale. Ma intanto, scrivendo comodi sulla scrivania dei loro studi con una sigaretta accesa, o seduti sul divano di pelle del soggiorno appoggiando la macchina sulle gambe, gli scrittori mutavano prosa in base allo strumento con cui scrivevano? La loro era una lingua nervosa e inquieta perché battuta sui fogli con una vecchia macchina che spesso si interrompeva perché si sovrapponevano i martelletti? Era una lingua muscolare e senza tregua perché rimaneva impressa con inchiostro nero sul foglio di carta? "Quel che è certo è che ogni scrittore era legato a uno specifico modello – spiega Michele Rossi, direttore del Vieusseux –. La grossa Underwood di Carlo Emilio Gadda si confà al suo autore, come la macchina elettrica Olivetti ET personal 510 è lo specchio del modernismo di Alberto Arbasino". Chissà se, sorde al rumore mentale che domina oggi i social network, tablet e personal computer, le macchine da scrivere non rimangano forse l’ultimo baluardo a difendere la sacralità della scrittura, a protezione di quella concentrazione che la velocità del mondo contemporaneo sembra soffocare. "C’è da chiedersi se l’opacità e frammentarietà dei testi letterari contemporanei siano effetto delle trasformazioni che accadono nell’atto dello scrivere – prosegue Rossi –. Queste sono le domande che ci siamo posti e che hanno portato il Gabinetto Scientifico Letterario a compiere un’operazione culturale davvero unica nel suo genere". L’esposizione è anche un modo per vedere da vicino l’evoluzione che hanno avuto queste macchine per scrivere, osservare da vicino nastri, fissamargini, leve dei tasti, leve di regolazione delle righe, sblocca margini, cursori, guide del carrello, bobine, reggicarta, piedini in gomma e pure le custodie da viaggio.

La Olivetti lettera 22 appartenuta a Pasolini è, ad esempio, la celebre macchina per scrivere meccanica portatile, disegnata dall’architetto Marcello Nizzoli, che fu uno dei prodotti di maggior successo della fabbrica negli anni ’50, perché nonostante il peso di circa quattro chili era estremamente funzionale per le sue dimensioni al trasporto. La Underwood Noiseless Portable, anch’essa un capolavoro di ingegneria in miniatura che rendeva più semplice la digitazione, ha accompagnato Giuseppe Prezzolini nel ritorno in Europa dopo la sua lunga permanenza negli Stati Uniti. "Accanto alle macchine da scrivere appartenute a questi autori sono posizionati piccoli cimeli – spiega il presidente del Vieusseux Riccardo Nencini –: un pacchetto di Sherman’s verdi e una confezione di fiammiferi con l’indirizzo della birreria McSorley’s di New York della Fallaci; due gomme Pelikan con cui il lento dattilografo Montale cancellava gli errori di battitura, gli immancabili taccuini colorati di Arbasino. Oggetti che tenevano sopra le loro scrivanie, e poi naturalmente i loro dattiloscritti: Lo scialo di Pratolini, Fratelli d’Italia di Arbasino, Le ceneri di Gramsci di Pasolini e altri, che custodiamo presso il nostro Archivio Contemporaneo, uno dei più prestigiosi d’Europa".

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