di Riccardo Jannello Ha marcato il suo tempo e ne è stato marchiato a fuoco in quegli irripetibili anni Venti del Novecento, orgiastici di testa e corpo; eppure Francis Scott Fitzgerald, morto a Hollywood il 21 dicembre 1940 a soli 44 anni, una delle vette più alte di quella "generazione perduta" americana che di là e di qua dall’Atlantico rincorreva sogni, è rimasto un’icona e appena scaduti i suoi diritti d’autore – a inizio 2021 – uno scrittore americano ha già pubblicato il prequel del Grande Gatsby, il maggior successo di Scott Fitzgerald. Si intitola Nick e l’autore, Michael Farris Smith (romanziere pluripremiato), racconta la storia della voce narrante di Gatsby prima che conoscesse Jay, un viaggio fra Parigi e New Orleans in cerca di redenzione. Un’operazione che a Scott Fitzgerald non sarebbe piaciuta. Francis fuggiva dalla...

di Riccardo Jannello

Ha marcato il suo tempo e ne è stato marchiato a fuoco in quegli irripetibili anni Venti del Novecento, orgiastici di testa e corpo; eppure Francis Scott Fitzgerald, morto a Hollywood il 21 dicembre 1940 a soli 44 anni, una delle vette più alte di quella "generazione perduta" americana che di là e di qua dall’Atlantico rincorreva sogni, è rimasto un’icona e appena scaduti i suoi diritti d’autore – a inizio 2021 – uno scrittore americano ha già pubblicato il prequel del Grande Gatsby, il maggior successo di Scott Fitzgerald.

Si intitola Nick e l’autore, Michael Farris Smith (romanziere pluripremiato), racconta la storia della voce narrante di Gatsby prima che conoscesse Jay, un viaggio fra Parigi e New Orleans in cerca di redenzione. Un’operazione che a Scott Fitzgerald non sarebbe piaciuta. Francis fuggiva dalla realtà per realizzare brevi parentesi di gioia nel male di vivere. Condite da una ricerca edonistica esasperata che spazia fra donne sempre alla ricerca dell’opera immortale. Una rappresentazione estrema di se stessi, "belli e dannati", proprio come il titolo di uno dei suoi romanzi.

Nato nel 1896 in una famiglia borghese del Minnesota, ma col padre spesso in bolletta, entrò e uscì da scuole prestigiose, si arruolò girovagando fra caserme senza mai finire al fronte nella Grande Guerra. A Montgomery, Alabama, Scott Fitzgerald conobbe la sua anima gemella, Zelda Sayre: il loro rapporto è un romanzo di piacere e disillusione, di tradimenti e speranze, di viaggi alla ricerca di un tempo che rimarrà perduto. E di dolore, tanto, fisico e mentale, un dolore che ne farà due vittime dell’utopia dorata dei "ruggenti anni ‘20".

La coppia resta a così tanti anni di distanza (lui morto nel 1940 di infarto, lei internata in manicomio e uccisa nell’incendio dell’ospedale nel 1948) un simbolo di sussulti e debolezze; così forti e determinati in alcuni momenti, così autoritari nelle loro personalità – lei chiamata "maschietta" per i suoi atteggiamenti e allo stesso tempo femminista ante litteram – quanto deboli nella loro psiche.

Da questo crogiuolo di sensazioni Francis – dotato come pochi – estrae dal cilindro almeno due capolavori, che hanno genesi molto diverse. Il Grande Gatsby (1925) è il romanzo onirico dell’"Età del jazz" dove si vive a mille tra feste e alcol rincorrendo il senso della vita, a patto di sapere quale. In fondo la rappresentazione di una società in cui la natura umana è "debole e depravata"; Francis sembra dire: è tutta colpa mia, di quell’io narrante che, come nella maggior parte delle sue opere – che sia se stesso o l’amico Nick – accompagna il lettore negli intrichi della mente.

Il Grande Gatsby oltre a un romanzo dall’afflato mondiale – in Italia la traduzione di Fernanda Pivano fece epoca – è stato più di un film di culto, da quello del ’74 con Robert Redford e Mia Farrow (regia di Jack Clayton) all’ultimo del 2013, il magnificente spettacolo creato da Baz Luhrmann con Leonardo DiCaprio che non solo esalta l’esagerazione della vita di Gatsby, ma la colora con una musica che diventa protagonista. La rappresentazione più esaltante dell’ "Età del jazz" modellata sui gusti contemporanei.

Scott Fitzgerald, che fu sceneggiatore di successo a Hollywood per tirare la carretta, l’avrebbe molto apprezzato, come avrebbe fatto col se stesso di Midnight in Paris: Woody Allen lo ritrae (interpretato dal sex symbol britannico Tom Hiddleston) nel salotto parigino di Gertrud Stein (Kathy Bates), vero e proprio cenacolo artistico e aula di vita in quel periodo francese che lo scrittore ha raccontato nelle cinque irrequiete versioni di Tenera è la notte (1934), manifesto della generazione "ruggente e perduta". La Côte d’Azur vissuta come metafora degli alti e bassi dell’intellettuale bohèmien in corsa fra le ville del Cap d’Antibes.

Un’utopia che ha pesato assai sulle sorti di Francis e Zelda e sulla stabilità del loro amore e delle loro menti: sono tornati negli Usa con più dubbi e meno soldi, come se quella stagione dell’eccesso abbia condizionato in modo definitivo le loro fobie. La continua rivisitazione di Tenera è la notte è, in fondo, l‘assoluta incapacità di determinare valori che potessero resistere a ogni variazione d’umore, a ogni sbornia di cognac.