’Le regole del successo’, il libro di Joe Bastianich (in copertina una foto di Angelo Trani)
’Le regole del successo’, il libro di Joe Bastianich (in copertina una foto di Angelo Trani)

di Stefano Marchetti

Di qua e di là dall’oceano, Joe Bastianich è l’uomo dei due mondi. "Dall’Italia – confida – ho preso l’amore per il bello e la passione per quello che oggi è il mio business, food and wine, cibi e vino. Dall’America invece la mia visione imprenditoriale. Ho avuto davvero una grande fortuna a poter vivere in equilibrio, attingendo gli aspetti positivi di due grandi culture". E ci risponde proprio dagli States, dove è volato per far ripartire le sue attività bloccate dalla pandemia globale.

Come sta vivendo questa nuova ondata del coronavirus?

"Qui negli Usa stiamo vivendo un’ondata costante dalla primavera. Anche per i ristoranti la situazione è molto impegnativa: nello stato di New York qualche settimana fa è stata data la possibilità di riaprire l’indoor, ma con un’occupazione irrisoria. Eravamo chiusi da metà aprile. È pur vero che la tutela della salute va al primo posto".

Intanto qui in Italia va forte il suo libro con “Le regole del successo”. È il ‘metodo Bastianich’?

"Sì, sono le regole che mi sono arrivate da mio padre, il ‘Restaurant man’".

E qual è il principale insegnamento?

"Dare una possibilità a tutti, a prescindere da chi siano e da dove vengano. E soprattutto circondarti di persone che vedano la vita al tuo stesso modo e che abbiano ‘fame’, cioé una grinta positiva. Io sono orgogliosamente figlio di immigrati, e la mia famiglia rappresenta l’incarnazione perfetta del sogno americano".

La prima regola però è netta: “Se il menù è sporco, vattene subito dal ristorante”...

"Sì, perché il menù è la prima impressione che un ristoratore dà di se stesso. Nessuno si presenterebbe trasandato a un colloquio di lavoro o un primo appuntamento, giusto? Come vede, è una regola valida anche nella vita quotidiana"

E cos’altro non dovrebbe mai fare un ristoratore nel suo locale?

"Non dovrebbe mai piazzare un acquario nella sala del ristorante. E un cliente non dovrebbe mai entrare in un ristorante con un acquario che svetta fra i tavoli".

A tavola non si invecchia. E si beve vino. Un’altra delle sue passioni...

"Credo che faccia parte del mio retaggio culturale. Fin da bambino osservavo e aiutavo i miei a sistemare i vini che importavano dall’Italia, e non ho idea di quante cantine abbia visitato: durante le vacanze estive, i miei genitori mi trascinavano su e giù per l’Italia, dai migliori produttori. Allora avrei voluto essere da un’altra parte...".

E poi cosa è scattato?

"Dopo l’università e la parentesi a Wall Street, ho deciso di prendermi un anno sabbatico ed è stato automatico scegliere l’Italia. E ho scelto di godermela da solo, proprio andando a lavorare in cantina, in campagna, da Trieste a Pantelleria. Allora ho capito che il mondo del vino faceva parte di me. E negli anni ‘90, quando è nata Olivia, la mia prima figlia, ho comprato i primi vigneti della Cantina Bastianich. Volevo che i miei figli avessero un posto in Italia che potessero chiamare casa, e non perdessero i legami con le radici".

Oltre alla ristorazione, la musica è fondamentale nella sua vita. Perché?

"Mi accompagna da sempre e mi ha aiutato a integrarmi nella società americana, a non farmi sentire solo un figli di immigrati italiani. È stata la compagna di tutta una vita, e lo sarà ancora a lungo, direi...".

Per il pubblico di Masterchef lei era un uomo rigoroso, severo, a volte perfino cattivo. Ma si sente davvero così?

"Dai, veramente? Ma io non credo di essere perfido. In realtà, soprattutto sul lavoro, sono una persona molto esigente, e la pazienza non è tra le mie virtù più forti. Sì, sono molto onesto e diretto, ma non credo di essere un cattivo".

Di quali progetti si sta occupando ora?

"In Italia siamo al lavoro con la squadra di Italia’s got talent, negli Stati Uniti abbiamo appena terminato di registrare la nuova edizione di Masterchef Usa. E poi a breve ne vedrete delle belle".

Ma le piacerebbe tornare a Masterchef Italia o la considera un’esperienza conclusa?

"Mai dire mai...".