Una sorta di manuale di sopravvivenza agli effetti non sanitari, ma psicologici ed economici dell’emergenza Covid. Impasto di generi, sospeso fra romanzo, pamphlet, inchiesta giornalistica e l’appassionato omaggio di un figlio al padre che se n’è andato da poco. Ecco cos’è Economia sentimentale, l’opera di Edoardo Nesi, premio Strega 2011 con Storia della mia gente, che da domani sarà in libreria edito da La nave di Teseo. Nesi, il libro si apre con la sua irritazione verso Conte, che in tv annunciava il primo Dpcm. "Non capivo come Il blocco del paese, pur necessario, potesse avvenire distinguendo tra le attività ritenute ‘necessarie, cruciali, indispensabili’, e le altre. Ogni attività è indispensabile, se mantiene milioni di famiglie. E poi la mia Prato e il suo tessile venivano praticamente chiuse,...

Una sorta di manuale di sopravvivenza agli effetti non sanitari, ma psicologici ed economici dell’emergenza Covid. Impasto di generi, sospeso fra romanzo, pamphlet, inchiesta giornalistica e l’appassionato omaggio di un figlio al padre che se n’è andato da poco. Ecco cos’è Economia sentimentale, l’opera di Edoardo Nesi, premio Strega 2011 con Storia della mia gente, che da domani sarà in libreria edito da La nave di Teseo.

Nesi, il libro si apre con la sua irritazione verso Conte, che in tv annunciava il primo Dpcm.

"Non capivo come Il blocco del paese, pur necessario, potesse avvenire distinguendo tra le attività ritenute ‘necessarie, cruciali, indispensabili’, e le altre. Ogni attività è indispensabile, se mantiene milioni di famiglie. E poi la mia Prato e il suo tessile venivano praticamente chiuse, mentre, per dire, i produttori di imballaggi rimanevano aperti".

In Storia della mia gente raccontava la borghesia produttiva piegata dalla globalizzazione all’indomani del crollo della finanza. Riprendersi dal Covid, sarà più dura?

"Beffardo, e crudele, che i cambiamenti tellurici dell’economia mondiale finiscano per abbattersi sulle stesse persone e aziende. Non avendo certezze da sbandierare, nel libro ascolto chi – imprenditori, macellaio, barista – era rimasto coinvolto nel lockdown. O chi ne è attento osservatore, come Enrico Giovannini, ex presidente dell’Istat".

Esiti?

"Per Giovannini il Covid suggerisce di cambiare atteggiamento verso lo sviluppo, scegliendo fra tre opzioni: il ’turbocapitalismo’ dei liberisti, che pensano di vivere la fase negativa d’un progresso eterno, e che tutto si aggiusterà. La seconda è quella del rifiuto, della fuga da tutto, magari ritirandosi in Nuova Zelanda. La terza è quella di perseguire uno sviluppo sostenibile".

Come?

"Intraprendendo un gigantesco restauro dell’esistente: rivoluzionare i metodi di riscaldamento, non costruire altri grattacieli per recuperare il già edificato. Una rivoluzione copernicana, rispetto alla globalizzazione".

Perché?

"Perché si tratta di lavoro non delocalizzabile, che restituirebbe linfa al manifatturiero locale mortificato dalla globalizzazione che trasferì la produzione là dove costa meno. E sarebbe lavoro di qualità, da affidare ai giovani, con deciso passaggio di consegne fra generazioni".

Sicuro che basterebbe a mantenere il benessere al quale la borghesia era abituata?

"Guido Brera, finanziere, mi dice nel libro che l’automazione produrrà milioni di disoccupati nel mondo, e che si dovrà accelerare l’introduzione del reddito universale. Ma dice anche che si dovranno riconvertire gli spazi liberati dallo smart working, dal quale non si tornerà indietro. Un mondo da reinventare".

Sembrerebbero buoni progetti da presentare all’Europa, per ottenere il Recovery fund.

"Ci vuole coraggio. E fierezza. Le nostre avanguardie artistiche e letterarie sono nate nei periodi di ricostruzione, quando economia e cultura si saldavano fra loro".

In che senso?

"L’Italia è una straordinaria artefice del ‘di più’, come nel libro suggerisce Luciano Cimmino, l’ad di Yamamay e Carpisa. L’Italia trasmette senso artistico perfino alla meccanica, con la Ferrari e con la Brembo, che produce i freni migliori del mondo. Per questo non ha senso, nel lockdown, distinguere tra chi può lavorare e chi deve star fermo. La nostra è arte industriale".

Un ossimoro. Come “Economia sentimentale“.

"Dovremo superare molti schemi. Il Pil non riesce più a darci un ritratto fedele della nazione. Forse c’è davvero bisogno di un’economia sentimentale per dare seguito allo sviluppo, senza morire di sviluppo. Per questo nel finale racconto di mio padre, imprenditore in un’Italia che correva, libera dalle macerie reali e metaforiche della guerra, e che oggi si è fermata. Non accetto che la mia generazione abbia la colpa dello stato delle cose. Come dico nel libro, sono il figlio e l’erede di una rovina, io, e non il padre. Ho visto operare, il progresso, quello vero, che tirava fuori le moltitudini dalla miseria e distribuiva capillarmente il benessere. Quel progresso che creava felicità".