Dieci lezioni di Piero Angela per il futuro

Esce il libro postumo del grande divulgatore. "La questione demografica è cruciale: fare più figli per salvare lo stato sociale"

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Prendete un mazzo di carte da gioco e posatelo sul tavolo. Chiedete a un amico di “tagliare” il mazzo e di dividerlo in due. Le 52 carte, una volta dimezzate, si ridurranno a 26. Fate tagliare una seconda volta: ne rimarranno 13. Dopo un terzo taglio le carte si ridurranno a 6 o 7. In soli tre tagli, cioè, il mazzo è passato da 52 a 6 o 7 carte. Per le nuove generazioni italiane sta succedendo qualcosa del genere. A ogni ricambio generazionale i neonati si stanno quasi dimezzando. In questi anni si è parlato soprattutto della sovrappopolazione nel mondo e dei rischi a essa connessi. Ed è vero. È una grave distorsione che pagheremo cara. Ma questa esplosione demografica ha avuto luogo nelle regioni più povere del pianeta: quelle che faranno salire a oltre 9 miliardi la popolazione mondiale nel 2050.

Accanto a questo squilibrio ve ne è un altro, di segno opposto, che si sta verificando nei paesi sviluppati, e in particolare in Italia: l’eccesso di denatalità. L’Italia è fra i paesi al mondo dove nascono meno figli. E questo sta portando a conseguenze traumatiche. Perché in questo caso non si tratta più di una sana e auspicata riduzione della popolazione, ma anche qui di una distorsione pericolosa, soprattutto per la velocità con cui si verifica. (...) Nel 1900 le donne italiane avevano in media 4,5 figli, nel 1930 3,5, nel 1977 2, nel 2000 solo 1,26 e nel 2018 1,21. Il dato attuale è in realtà di 1,29, ma comprende i figli delle donne immigrate, più prolifiche di quelle italiane. Al di là delle virgole, comunque, c’è un fatto evidente: se da una coppia (cioè da due persone) nasce, mediamente, solo poco più di un figlio, a lungo andare i giovani si ridurranno velocemente. E inesorabilmente. Il paradosso è che per ora la popolazione totale rimarrà in apparenza quasi uguale, perché il paese si sta popolando sempre più di anziani, di ultra-anziani e di immigrati.

È per questo che, secondo l’opinione di molti autorevoli demografi, l’importanza di riprendere a fare più figli non ha nulla a che vedere con le trionfali politiche demografiche del “ventennio” o con il messaggio biblico “crescete e moltiplicatevi”. Qui è successo proprio l’inverso, e il problema oggi è quello di riequilibrare la nostra popolazione, per affrontare un cambiamento senza precedenti. Telegraficamente ecco le conseguenze di questa tendenza già in atto. Le persone in età lavorativa stanno diminuendo sempre più, mentre aumentano i pensionati, anche se la riforma delle pensioni del 2011 ha per il momento rallentato questa tendenza (anche se interventi più recenti ne hanno compromesso gli effetti, tornando ad anticipare l’età di pensionamento). Dieci anni fa il rapporto tra pensionati e lavoratori era di 100 a 70. Nel 2018 è stato di 100 a 68. Un calo, ma la tendenza è nuovamente a crescere. (...)

Ogni lavoratore, quindi, avrà a carico un pensionato o anche di più nel caso delle previsioni per l’Italia nel 2050. Ma avrà a carico anche le spese sanitarie crescenti, a causa dell’aumento degli anziani. Già oggi le persone di 65 anni e oltre “costano” tre volte di più rispetto al resto della popolazione. I lavoratori di oggi (e di domani) devono versare dei contributi destinati a pagare una massa crescente di pensionati. Già oggi le casse della previdenza sono in deficit: cosa succederà quando saranno loro ad andare in pensione? L’esempio dei pensionati vale per molti altri campi: infatti, se si assottiglia la fascia di produttori di reddito (e di pagatori di tasse), nelle casse dello Stato affluiscono meno soldi per pagare i servizi sociali, la scuola, gli ospedali, la polizia, l’università, le infrastrutture, l’energia, ecc. (...)

Riequilibrare l’attuale distorsione demografica, procreando più figli, potrebbe essere d’aiuto? Se l’Italia potesse avvicinarsi alle medie nordeuropee di 1,7-1,8, dicono i demografi, continuerebbe a perdere giovani (e abitanti), ma la transizione potrebbe essere meno traumatica. Per questo occorrerebbe però, tra le altre cose, un maggior aiuto alle giovani coppie: in Europa questi aiuti rappresentano il 9% della spesa sociale, in Italia solo il 6% (nel nostro paese si spende molto di più per le pensioni: il 60% della spesa sociale contro il 45% in Europa). (...) L’attuale rapido assottigliamento degli italiani in età lavorativa richiederà naturalmente l’ingresso di una massa crescente di extracomunitari. Già oggi sono circa 5,2 milioni, ma molti altri milioni si prevede saranno necessari nei prossimi anni. Si stima che nel 2050 potrebbero diventare 10 milioni, e costituiranno il 20% della popolazione (e il 25% dei lavoratori).

Essi non riusciranno comunque a colmare il buco, anzi la voragine creata dalla diminuzione delle nascite. I demografi dell’Onu hanno calcolato che in Italia occorrerebbero addirittura 2 milioni di immigrati l’anno per compensare la perdita di giovani e mantenere inalterate le proporzioni fra le varie classi di età (come erano nel 1995). E, inoltre, riusciranno questi immigrati a integrarsi (riusciremo a farli integrare) in modo soddisfacente? E i loro figli che nasceranno e cresceranno qui, e avranno diritto di cittadinanza e di voto, saranno (e si sentiranno) cittadini italiani a tutti gli effetti? Oppure degli esclusi?

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