Martedì 28 Maggio 2024
RICCARDO JANNELLO
Esteri

Che cosa può accadere a Bolsonaro: dal ritorno in Brasile alle mosse di Lula

Può rimanere negli Usa fino al 30 gennaio, ma deve richiedere un visto. Il ruolo di Alexandre de Moraes, presidente del Supremo Tribunale Elettorale e nemico dell'ex presidente

Brasilia, 11 gennaio 2023 – Ora che Jair Bolsonaro è uscito dall’ospedale in Florida dove era ricoverato per i problemi addominali dovuti alle conseguenze di una coltellata ricevuta durante un comizio nel settembre 2008, durante la campagna elettorale che lo portò al Planalto, che cosa può accadere all’ex presidente brasiliano. Proprio nelle scorse ore il Procuratore generale aggiunto ha chiesto al Tribunal dos Contos, la nostra Corte dei Conti, che vengano bloccati i depositi bancari di Bolsonaro “per il vandalismo avvenuto l'8 gennaio che ha causato numerosi danni all'erario federale” dando per scontata la partecipazione almeno ideologica del leader del Partito liberale nella sommossa di Brasilia. Un percorso difficile da dimostrare, ma che complica di certo i piani del sessantasettenne leader sovranista.

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Lui può rimanere negli Stati Uniti  fino al 30 gennaio col suo passaporto diplomatico che però dal 30 dicembre, giorno in cui si è dimesso con due giorni di anticipo dalla presidenza, non ha più valore. Entro i trenta giorni Bolsonaro deve richiedere agli Stati Uniti un visto di qualsiasi tipo per rimanere sul territorio americano, ma egli ha dichiarato di volere tornare in Brasile. Il suo più fiero oppositore è ovviamente dal punto politico il presidente eletto Lula, ma il vero mastino sul collo è Alexandre de Moraes, 64 anni, paulista, presidente del Supremo Tribunale Elettorale e membro dell’Alta Corte di Giustizia (Stf), già ministro con Dilma Rousseff. Lula ha dichiarato: "Non portiamo alcuno spirito di vendetta contro coloro che hanno cercato di soggiogare la nazione ai loro disegni personali e ideologici, ma garantiremo lo stato di diritto. Chi ha sbagliato risponderà dei propri errori". Ancora più duro de Moraes, relatore all’Stf sui fatti di Brasilia: "Le istituzioni puniranno tutti i responsabili. Tutti. Chi ha compiuto gli atti, chi ha finanziato, chi ha contribuito, chi ha incoraggiato, con azione od omissione. Tutto ciò perché prevalga la democrazia". Un riferimento neppure troppo velato a Bolsonaro.

Un agente della security davanti alla casa affittata da Bolsonaro in Florida (Ansa)
Un agente della security davanti alla casa affittata da Bolsonaro in Florida (Ansa)

D’altra parte, i due non sono proprio… amici. E il giudice è patrocinatore davanti alla Corte Suprema di quattro inchieste che riguardano l’ex presidente già presenti prima del tentato golpe: corruzione della polizia federale per proteggere i suoi figli, diffusione di falsità elettorali, disinformazione partita da un gruppo di troll che ospitava all'interno del suo ufficio presidenziale, istigazione alla violenza durante la campagna elettorale dopo che un uomo ha dichiarato che la bomba che aveva con sé per fare esplodere a un comizio della sinistra l’aveva “consigliata” il presidente. "Un despota non eletto che censura la libertà di parola", lo hanno definito i seguaci di Bolsonaro, considerando anche le altre inchieste, una dozzina, che sono davanti al Supremo Tribunale Elettorale, fra queste le accuse infondate da parte dell’ex presidente secondo cui il sistema di voto brasiliano è incline alla frode (le urne elettroniche), nonché presunti abusi di potere per concedere vantaggi economici per ottenere suffragi. In questo caso se condannato rischia di non poter più essere eletto ad alcun incarico.

Bolsonaro con la perdita del potere ha perduto anche l’immunità presidenziale, ma Lula non vuole correre il rischio di accelerare troppo le cose: quindi agirà con attenzione, senza fretta "perché non vuole – spiegano dal suo entourage – trasformare Bolsonaro in un martire. Placare i suoi fan e cooptare i suoi alleati potrebbe essere il modo migliore per neutralizzare la minaccia". Nelle urne l’ex presidente ha comunque avuto il 49,1% dei voti dei  brasiliani, ma le violenze di Brasilia hanno causato reazioni negative in molti suoi adepti.

Sebbene la magistratura brasiliana sia indipendente, in pratica i presidenti possono influenzare le indagini penali. Bolsonaro ha detto di avere sempre obbedito alla Costituzione, ma Frederick Wassef, l’avvocato della famiglia non ha voluto precisare le mosse  di Jair che adesso non ha più protezione giudiziaria. La Polizia Federale, che indaga su Bolsonaro e i suoi alleati nelle violenze di Brasilia, è subordinata al ministero della Giustizia di Lula. La Polizia, relativamente indipendente, è ora guidata da Andrei Rodrigues, un fedelissimo del presidente di sinistra di cui comandava la sicurezza. A partire da settembre, Lula potrà insediare il proprio Procuratore generale, che ha il potere di incriminare le persone se i loro casi dovessero permanere a lungo all’esame dell’Stf. L’attuale responsabile è Augusto Aras, accusato di proteggere Bolsonaro rifiutandosi di fare procedere le denunce contro di lui.

Una lunga marcia, quindi, i cui esiti sono in molta parte nelle mani di Bolsonaro quando si deciderà a tornare in Brasile, a rischio di perdere la propria libertà. Perché al momento di richieste di estradizione non se ne parla. Ma da qui al 30 gennaio qualcosa deve accadere. Anche nel programma politico di Lula.