Assalto jihadista a Parigi. L’ex 007 francese: "Il killer aveva una rete, altro che lupo solitario"

Alain Rodier invoca il giro di vite: "Bisogna scandagliare i social". Turista ucciso, l’assassino aveva giurato fedeltà all’Isis. Allerta anche in Italia, Piantedosi: "Teniamo alta l’attenzione"

Parigi, 4 dicembre 2023 – L’attentatore, che sabato sera ha ucciso un turista tedesco a Parigi, alla Tour Eiffel, voleva morire dopo la sua azione. Secondo fonti degli inquirenti citati da BfmTV, nel momento in cui i poliziotti lo hanno fermato, Armand Rajabpour-Miyandoab ha detto di voler morire dopo l’azione. Ciò conferma quanto trapelato in un primo momento sulla volontà dell’aggressore di cercare un ’suicide by cops’, un suicidio attraverso i poliziotti nel gergo jihadista.

Gli agenti francesi hanno bloccato l'attentatore
Gli agenti francesi hanno bloccato l'attentatore

Per questo aveva gridato di avere degli esplosivi addosso, ma gli agenti lo hanno bloccato utilizzando una pistola taser. Il Centro per l’analisi del terrorismo (Cat) ha segnalato a ’Le Figaro’ che Miyandoab, francese di origini iraniane, aveva legami con Abdoullakh Anzorov, l’assassino di Samuel Paty, il prof ucciso nel 2020. Aveva anche giurato fedeltà all’Isis. Interpellato su quanto accaduto a Parigi e i rischi per l’Italia, il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, puntualizza: "Noi confidiamo sul nostro sistema tradizionale di prevenzione però l’attenzione deve rimanere alta. L‘episodio conferma che è una minaccia molto insidiosa perché non sempre compiutamente intercettabile”.

“Non era un lupo solitario. Armand Rajabpour-Miyandoab, il giovane che sabato sera ha ucciso un turista tedesco a pochi passi dalla Tour Eiffel, aveva contatti con molti terroristi islamici. Era schedato S, che vuol dire persona pericolosa, ma niente lasciava pensare che potesse passare all’atto. Sembrava che avesse messo la testa a posto, che fosse guarito dalle turbe psichiatriche di cui soffriva. Invece no, ha continuato a navigare di nascosto nelle acque nere di una galassia di cui non conosciamo niente, perché non abbiamo modo d’infiltrarla". Per Alain Rodier, direttore del Centro di ricerca CF2R dei servizi segreti che si occupa di terrorismo islamico e criminalità organizzata, è venuto il momento di cercare nuove strategie per affrontare il problema dell’"Islam radicale in Francia" (titolo del suo ultimo libro). Scandagliare meglio i social, per esempio, che "sono una maledizione perché offrono mille possibilità di comunicazione clandestina ai delinquenti". E ancora: accendere i radar su moschee e centri culturali islamici sospetti, tener d’occhio i collegamenti fra immigrati e residenti, sollecitare la collaborazione delle famiglie.

La Francia è diventato un paese sempre meno sicuro. Vai un sabato sera a fotografare la Tour Eiffel e ti trovi addosso un pazzo che ti pianta un coltello nella schiena.

"Ogni paese ha problemi di questo genere, dall’Irlanda alla Germania, dalla Spagna all’Inghilterra. Ci sono dappertutto grandi masse d’immigrazione illegale che possono diventare vivai di terrorismo".

Ma la Francia è messa peggio di tutti…

"Certo, è un paese sotto tiro, e possiamo capire perché: abbiamo la più forte comunità musulmana d’Europa, 6 milioni di persone e la più forte comunità ebraica, 500 mila persone. Due comunità in cui le tensioni sono diventate sempre più violente".

Armand Rajabpour-Miyandoab era in contatto con Anzorov, il ceceno diciottenne che nell’ottobre 2020 decapitò Samuel Pathy, il professore di storia e geografia colpevole di aver parlato con i suoi allievi delle caricature di Maometto pubblicate da Charlie Hébdo.

"Era in contatto anche con Maximilien Thibaut, arrestato nel 2012 e fuggito poi in Siria con moglie e figli. Maximilien, che finì ammazzato nella battaglia di Mossul, era il suo idolo: fu per imitare le sue gesta che Armand si convertì all’Islam. Un altro dei suoi amici era Larossi Aballa, che il 13 giugno 2016 assassinò una coppia di poliziotti in casa loro, a Magnanville, davanti ai loro figli. Risulta inoltre che avesse contatti con Adel Kermiche, il terrorista che il 26 luglio 2016 ammazzò padre Hamel mentre celebrava la messa nella chiesa di Saint-Etienne-du-Rouvray".

Come mai la polizia e i servizi segreti non hanno visto niente di tutto questo? Possibile che ci siano tanti angoli morti nel loro retrovisore?

"Hanno visto, eccome, tanto è vero che Armand si è fatto quattro anni di galera, dal 2016 al 2020. Quando lo arrestarono era un ragazzo di 19 anni iscritto al primo anno di biologia: meditava un attentato nel quartiere parigino della Défense; subito dopo sarebbe scappato in Siria, sulle orme di Maximilien Thibaut. Uscito dal carcere è stato posto sotto sorveglianza stretta. Si sottoponeva a controlli regolari, anche di tipo medico visto che soffriva di disturbi neurologici. Diceva di essere cambiato, di avere abbandonato l’Islam per sempre. I suoi genitori hanno indicato come prova inoppugnabile il fatto che mangiava carne di maiale e beveva vino e birra".

Una finzione?

"Ha ingannato tutti. Giurava che era riuscito a risalire la corrente e che non voleva più saperne dell’Islam. Sembrava comportarsi in modo corretto. L’ultimo rapporto, firmato dallo psichiatra il 21 aprile scorso, afferma che ‘il soggetto non evidenzia alcun pericolo sociale’. Siamo in una democrazia, non possiamo neutralizzare una persona senza motivi giuridici evidenti. E poi non dimentichiamo che non abbiamo poliziotti in numero sufficiente per controllare tutte le persone potenzialmente pericolose".

Quanti sono gli islamisti francesi schedati con la sigla S?

"Oltre 5mila. Ci vorrebbero da 15 a 20 agenti per sorvegliare uno di loro 24 ore su 24 ore. Faccia lei il conto".

La Francia è alla vigilia dei Giochi olimpici: c’è il rischio che i turisti disertino Parigi in quanto città troppo pericolosa.

"Verranno prese misure di sicurezza ferree, ma il rischio zero non esiste. Certo il terrorismo fa paura, ma provoca infinitamente meno morti degli incidenti stradali. Una cosa da fare, secondo me, è chiedere ai media di non dedicare tanto spazio ai terroristi: raccontare le loro gesta criminali significa offrir loro, senza volerlo, la cassa di risonanza di cui hanno bisogno ".

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