Donald Trump presidente, il No al referendum già assapora la spallata

Ma il premier ribalta la lettura: "La spinta al cambiamento sono io"

Il premier Matteo Renzi e Barack Obama (Dire)
Il premier Matteo Renzi e Barack Obama (Dire)

Roma, 10 novembre 2016 - NON C’È due senza tre. Dopo la Brexit e l’elezione di Trump la terza grande sorpresa potrebbe venire dal nostro referendum. Il vento populista soffia impetuoso da mesi, e tutto lascia pensare che l’Italia non sarà immune dalle folate che hanno già agitato la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. Almeno: è l’opinione dominante tra gli addetti ai lavori, anche se nessuno sa quantificare l’effetto sulla consultazione del 4 dicembre. Sia ben chiaro: sia i frontisti del No che quelli del ritengono che la svolta americana comporterà cambiamenti di ben più lungo periodo per il nostro Paese, ma intanto c’è il referendum dietro l’angolo.

E siccome si vede a occhio nudo da tempo uno spostamento dell’opinione pubblica occidentale su posizioni populista, vien automatico ritenere che tutto ciò avvantaggi il No, complice anche l’assenza di panico sui mercati dopo il voto di ieri. Ammette l’ex leader Pd, Veltroni: «C’è una diffidenza verso ogni forma di establishment, politico e giornalistico, c’è una forte ricerca del nuovo». Senza tanti giri di parole, gira il coltello nella piaga il politologo Ricolfi: «Renzi viene percepito come espressione dei poteri forti e delle élite. Il fatto che la Confindustria abbia fatto l’endorsement nei confronti del Sì è stato dannosissimo. Ha servito su un piatto d’argento la palla a chi voleva puntare sull’equazione Sì=poteri forti». Vero è che non serviva l’avvento di Trump al potere, tutto ciò era già chiaro da un pezzo. «La gente dopo un po’ si stanca di sentirsi dire dalle élite quello che deve fare», incalza Ricolfi. Di qui il tana libera tutti: o, per dirla con Grillo, un «vaffanculo generale».

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Nessun contagio, dunque, anche perché tra i più acerrimi avversari delle riforme renziane molti non amano Trump. Ma una reazione fisiologica a certe imposizioni. Quadro dal quale emerge, per Latorre (Pd) che alla fine le elezioni statunitensi saranno ininfluenti:«Non aiuteranno né danneggeranno nessuno». Peseranno su quel governo che, passato il 4 dicembre – dovrà affrontare i contraccolpi della scelta americana, a cominciare dall’alleggerimento della Nato con la conseguente necessità per gli altri Paesi, Italia inclusi, di dover pagare di più. Forse è per questo che un po’ di timore serpeggia anche tra le fila del No. Qualcuno ritiene che la vicenda di Trump possa avere un effetto boomerang, tale da terrorizzare gli italiani spingendoli a votare Sì. Un po’ quello che accadde in Spagna: chiamata al voto subito dopo la Brexit, non incoronò – come poteva sembrare scontato – Podemos. Ragionamenti che circolano in queste ore a Palazzo Chigi, dove il premier raccomanda ai suoi di mantenere il sangue freddo, cercando di cambiare verso alla narrazione più in voga in queste ore. Raccontando, cioè, che in Italia, come in America, la sfida è su chi incarna il cambiamento, così come è toccato a Trump rispetto a Clinton. E lui non ha dubbi: «Siamo gli unici che possono cambiare l’Italia. Chi altri? I leader del fronte del No - da D’Alema a Berlusconi – non sono credibili. Lo stesso vale per Grillo. Quanto ai sondaggi, si è visto come sono credibili.»

VERO? Falso? Si vedrà: di certo c’è che nel fronte del No prevale l’ottimismo e si è aperta la corsa per il titolo di Trump all’amatriciana. Se lo contendono tutti, da Salvini a Brunetta passando per Grillo. L’unico che non partecipa è il Cavaliere, per molti versi, il più vicino al tycoon: facile capirne il motivo. Non gli interessa fare il “vassallo” del nuovo presidente: vuole essere il suo migliore alleato in Europa. Ecco perché ha parlato per ultimo e con una nota assai calibrata. Di questo, raccontano, aveva parlato con l’amico Putin dopo il suo viaggio a New York.