Giovedì 11 Luglio 2024
RAFFAELE MARMO
Editoriale e Commento

La sinistra strabica

La sinistra italiana si trova divisa tra l'ispirazione al modello francese di Mélenchon e all'approccio riformista del Labour inglese di Starmer

Elly Schlein, segretario nazionale del Partito Democratico

Elly Schlein, segretario nazionale del Partito Democratico

Un giorno l’esempio da seguire, per i neo-frontisti in salsa nostrana, è quello del Nouveau Front Populaire guidato di fatto da un radicale di sinistra come Jean-Luc Mélenchon. Un altro giorno il modello di riferimento, stavolta per i neo lib-lab del Belpaese, diventa il Labour riformista e moderato del neopremier inglese Keir Starmer, che ha rivoltato come un calzino il partito, mettendo al bando il leader estremista Corbyn e riscrivendo la lezione della terza via di Blair.

C’è, insomma, dello strabismo e, insieme, del provincialismo nella sinistra italiana del rinato campo largo o larghissimo che va da Schlein a Conte, da Fratoianni e Bonelli a Magi di +Europa, fino (almeno a guardare l’ultima foto dei neo-referendari anti autonomia) a Renzi. È del tutto evidente che ispirarsi al caso francese significa avere come benchmark un’alleanza provvisoria ed emergenziale, con un’infinità di contraddizioni e conflitti interni, tenuta insieme solo dal collante dell’essere anti Le Pen, che ha, per giunta, come punto di forza la trazione della sinistra radicale e estremista di Mélenchon: il che, di per sé, costituisce un ostacolo rilevante a un’intesa di governo con le forze centriste.

È questo l’approdo a cui tende la sinistra italiana? Al contrario, è di altrettanto immediata chiarezza che puntare sul Labour vuol dire scegliere un’impostazione riformista e tendenzialmente liberal, se non liberale, che appartiene sicuramente a personalità come Gentiloni ed Enrico Letta, ma molto poco a una segretaria come Schlein (per non dire dei potenziali alleati di Avs) e, per ragioni opposte, pochissimo a una formazione come Italia viva.

Dunque, proprio le elezioni francesi e inglesi pongono alle forze di opposizione in Italia un interrogativo cruciale che non può essere rinviato, se non si vuole rimanere in una palude di ambiguità nella quale la sola cosa possibile è la pratica del no. Perché sul no a Meloni sono tutti d’accordo. Ma è sui sì che si vincono le elezioni.