Stefano Bonaccini (Ansa)
Stefano Bonaccini (Ansa)

Roma, 28 gennaio 2020 - Oggi è il giorno dei tromboni, cioè di coloro che, a risultati acquisiti, spiegano perché le cose sono andate in un certo modo. Essendo noi pagati per far parte della categoria, ci accodiamo a pontificare con il senno di poi. Non prima, però, di riconoscere l’errore: avevamo previsto elezioni incerte, con un prevedibile testa a testa, e invece è finita con un cappotto. Abbiamo sbagliato in compagnia dei sondaggisti, i quali fino a dieci giorni fa davano Bonaccini solo in lieve vantaggio; per poi dare vincente, nell’ultima settimana, Lucia Borgonzoni. Ma Bonaccini non ha vinto: ha stravinto. E allora partiamo da lui.

Il presidente uscente, e confermato, è senza dubbio il primo e principale vincitore di queste elezioni. Ha combattuto praticamente da solo: perché il suo partito lo ha lasciato solo, e perché era meglio per lui che lo lasciasse solo. Bonaccini ha rinunciato al simbolo del Pd; ha cambiato colore nel logo, passando dal rosso al verde; ha cercato di far valere quella fama di buon amministratore che si era conquistato in cinque anni, seducendo e conquistando anche non pochi elettori di altri schieramenti: dal Movimento Cinque Stelle al centrodestra. Fino a ieri rischiava di passare alla storia come il primo candidato di sinistra a perdere in Emilia-Romagna; da oggi è il salvatore della patria.

Il governo tira il fiato grazie a lui; il Pd – che non godeva di salute particolarmente florida – ha ripreso voti e futuro grazie a lui. Da governatore in bilico di una regione, Bonaccini è passato, in una notte, a leader nazionale. La vita è strana. Ma la vittoria è più che meritata.

Gli altri vincitori sono i ragazzi delle Sardine. Hanno occupato le piazze che il Pd ha lasciato vuote; e molto probabilmente hanno anche avuto un ruolo di contagio generazionale, ridestando nei genitori una passione che da qualche tempo era sopita, come dimostrava la bassissima partecipazione al voto alle regionali di cinque anni fa. Vedendo i loro figli mettersi in gioco, molti vecchi elettori di sinistra hanno ripreso la voglia e la forza di battersi, andando in massa a votare per fermare "il pericolo", e cioè la vittoria di Salvini.

E qui passiamo appunto dai vincitori ai vinti. Il primo e più evidente degli sconfitti è Matteo Salvini. Non tanto perché abbia perso: vincere in Emilia non era facile. Ma perché il suo punto di forza, e cioè la propaganda nelle piazze, è diventato alla fine il suo punto di debolezza. Qui vorrei fare una premessa, parlando di una cosa che i lettori non sanno, che non possono sapere. Matteo Salvini è una persona educata, rispettosa e gentile molto più di quanto possa far pensare la sua immagine pubblica.

Lui e il suo staff sono – e sono pure stati anche in questa campagna elettorale – molto corretti e civili. Ma non c’è dubbio che la propaganda salviniana – il ‘salvinismo’ se volete – si riveli alla fine un gigantesco limite. L’Italia è un Paese a maggioranza moderata, probabilmente di centrodestra: ma moderata, non estremista. Per cinquant’anni gli italiani hanno votato Dc non perché fossero democratico-cristiani, ma per scongiurare la vittoria dei comunisti; per lo stesso motivo hanno poi votato Berlusconi, che sarà anche un populista, ma non un estremista.

Salvini è un formidabile moltiplicatore di voti. Alle elezioni arriva primo: ma non vince, perché i suoi voti non sono sufficienti a governare. La propaganda aggressiva e tutta incentrata sulla propria persona (è vero che Lucia Borgonzoni è stata insultata dalla sinistra: ma il primo a metterla in una condizione di subalternità è stato Salvini) ha avuto l’effetto di una chiamata alle armi del vecchio e ormai pensionato elettorato di sinistra; insomma ha compattato i suoi rivali; e al tempo stesso ha spaventato gli alleati del centrodestra. Il voto disgiunto c’è stato anche a destra, i numeri sono evidenti.

A Salvini, come a tutti i vinti, va riconosciuto l’onore delle armi (Maramaldo è un vigliacco e un fallito) ma va anche detto che, se vuole un futuro da protagonista, deve ripensare alla propria strategia, e non pretendere di egemonizzare il centrodestra su posizioni estreme che la maggioranza degli italiani non accetterà mai. A partire dalle citofonate.

Infine, tra i vinti c’è il Movimento Cinque Stelle. In Emilia-Romagna era nato, in Emilia-Romagna ha portato i libri in tribunale. Non è colpa del suo pur bravo candidato presidente. E non è colpa neppure dei leader nazionali. È l’essenza di quel movimento che mostra la corda. Nel suo discorso di addio, Di Maio a un certo punto ha detto: "È bello parlare dei problemi, è un po’ più difficile risolverli". Parlava ai suoi oppositori interni. Ma in realtà denunciava se stesso e tutta una storia alimentata dalla demagogia. È una pagina che si chiude, ed era naturale che si chiudesse.