Spreco alimentare, 13 miliardi di euro di cibo finiscono nel bidone

Nonostante la crisi e le difficoltà economiche gli italiani sprecano più cibo rispetto a un anno fa. E a sorpresa i più spreconi sono i ceti meno abbienti

Roma, 2 febbraio 2024 – A nulla valgono i rincari generalizzati, l’inflazione, le rate dei mutui alle stelle e gli stipendi medi fermi al palo da anni: gli italiani sono sì più poveri, ma anche più propensi a sprecare il cibo. In un anno siamo passati, infatti, da 75 a quasi 81 grammi di cibo buttato ogni giorno pro capite nelle nostre case (80,9 grammi, per l’esattezza) e da 524,1 grammi settimanali a 566,3 grammi settimanali.

Spreco alimentare
Spreco alimentare

Possono sembrare numeri trascurabili, ma pesano non poco in vista dell’adesione agli Obiettivi di sostenibilità 2030, ormai sempre più lontani. È una fotografia impietosa, dunque, quella scattata dal rapporto ‘Il caso Italia’ dell’Osservatorio Waste watcher international, reso noto a pochi giorni dall’11esima Giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare, in programma lunedì 5 febbraio.

I numeri nel dettaglio

Nel 2024, in Italia, si spreca di più nelle città e nei grandi comuni (+ 8%) e meno nei piccoli centri, sprecano di più le famiglie senza figli (+3%) e molto di più i consumatori ‘poveri’, cioè a basso potere d’acquisto (+17%). Si spreca di più a sud (+4% rispetto alla media nazionale) e meno a nord (-6% rispetto alla media).

Lo spreco complessivo di cibo vale 13 miliardi di euro, ovvero quasi un punto percentuale del Pil: un dato da brivido, che include lo spreco a livello domestico (per un valore di oltre 7miliardi e 445 milioni), quello nella distribuzione (quasi 4 miliardi), oltre allo spreco in campo e nell’industria, molto più contenuto.

Un nuovo allarme sociale

L’allarme sociale che emerge da questo quadro di forte incertezza generale è senz’altro evidente, lo confermano i dati che, per il primo anno, Waste watcher international analizza sul piano della sicurezza alimentare in Italia, usando l’indice Fies (Food insecurity experience scale), in grado di misurare il livello di accesso delle persone a cibo adeguato e nutriente. Dal punto di vista socioeconomico, il ceto che si autodefinisce ‘popolare’ (‘mi sento povero e fatico ad arrivare alla fine del mese’) presenta un allarmante aumento del 280% di insicurezza alimentare rispetto alla media italiana. Le variabili familiari influenzano anche l'insicurezza alimentare, con un aumento dell'11% nelle famiglie con almeno un figlio minorenne e una diminuzione dell'8% nelle famiglie senza figli minorenni. Un consumatore su 2 a basso potere d’acquisto (ceto popolare), inoltre, cerca cibo a ridosso della scadenza per risparmiare; il 41% sceglie il discount a scapito del negozio sotto casa o del supermercato, il 77% ha intaccato i risparmi per fare fronte al costo della vita, il 28% ha tagliato ulteriormente il budget per la spesa alimentare. Il consumo del cibo biologico, percepito come più costoso, crolla. Ancora, il Sud Italia registra un aumento del 26% di insicurezza alimentare rispetto alla media nazionale, mentre il nord e il centro mostrano scostamenti negativi del 14% e 7%, rispettivamente. Significativo l’aumento di insicurezza alimentare nelle zone rurali (+ 66%).

‘Da poveri mangiamo e viviamo peggio, sprecando di più’

Realizzato per la campagna pubblica di sensibilizzazione ‘Spreco Zero’ su monitoraggio Ipsos/Università di Bologna Distal, con la direzione del professore di economia circolare e politiche per lo sviluppo sostenibile Andrea Segrè, ordinario all’Università di Bologna, e il coordinamento del docente Unibo Luca Falasconi, il rapporto «mette in evidenza – osserva il direttore scientifico Waste Watcher, Andrea Segrè – la stretta connessione fra inflazione e insicurezza globale da un lato e ricaduta sociale dall’altro, fra potere d’acquisto in calo costante e conseguenti scelte dei consumatori, che non vanno, purtroppo, in direzione della salute dell’ambiente, ma nemmeno di quella personale. Scegliere cibo scadente, meno salutare e spesso di facile deterioramento non comporta solo un aumento del cibo sprecato in pattumiera, ma anche un peggioramento nella propria dieta e nella sicurezza alimentare. Se la salute nasce a tavola, dal cibo scadente deriva l’aggravio dei costi sociali e ambientali. In definitiva: da poveri mangiamo e stiamo peggio, e sprechiamo persino di più".

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