Mercoledì 24 Aprile 2024

Questione femminile, ecco i numeri della disparità in Italia

Dalle differenze salariali, al timore di chiedere un aumento alla mancanza di un sistema di welfare adeguato

Roma, 7 marzo 2024 – Esiste una questione femminile in Italia? Certo, lo dicono i numeri, quelli puntualmente sciorinati, ogni anno, a ridosso dell’8 marzo e poi dimenticati rapidamente, non appena si spengono i riflettori. Perché? Perché dimostrano una verità scomoda: che l’indipendenza economica delle donne non è una priorità dell’agenda politica, in quanto le donne, con il loro lavoro incessante di cura familiare, fungono da ‘ammortizzatori sociali’ e coprono i buchi del nostro sistema di welfare: buchi – anzi, voragini - di cui, in caso contrario, dovrebbe farsi carico lo Stato.

Gender gap
Gender gap

I numeri del ‘gender gap’

Ma torniamo appunto ai numeri, in particolare ai dati relativi al ‘gender pay gap’, il divario salariale esistente in Italia fra uomini e donne. Secondo un’indagine di Odm Consulting per Gi Group holding, sulla retribuzione il gap di genere si attesta al 10,7%, in linea rispetto a un anno fa. Il divario resta costante al variare dell’incarico lavorativo preso in considerazione: sia che si lavori come operaie, impiegate, quadri o dirigenti, se si è donne si percepirà comunque meno del proprio collega uomo.

Secondo i dati Eurostat riferiti al 2023, inoltre, il tasso di occupazione delle donne tra i 15 e i 64 anni è pari al 51,1%, ampiamente sotto la media europea che si attesta al 64,9%: dunque, solo una donna su 2, di età compresa fra 20 e 64 anni, lavora.

Siamo invece sopra la media Ue (pari al 30%) per tasso di inattività femminile: in Italia raggiunge il 43,6%. Se, nel mese di dicembre 2023, si è registrato circa mezzo milione di individui occupati in più (un dato sicuramente positivo), a uno sguardo più attento si nota che l’impatto sull’occupazione femminile è stato ben più trascurabile: sempre a dicembre, infatti, la percentuale di donne inattive (che non studiano né lavorano) è salito di 19mila unità, mentre la percentuale di uomini inattivi è scesa di 13mila unità.

Luci e ombre nelle aziende

In aziende e società private si è aperto qualche piccolo spiraglio: all’interno dei Cda, ad esempio, la presenza di donne è cresciuta, arrivando al 43%. Tuttavia, meno del 5% di queste ricopre ruoli esecutivi e solo il 2% è amministratrice delegata.

Il timore di chiedere l’aumento

Secondo un’altra indagine, rilasciata nei giorni scorsi da Indeed, noto portale di annunci economici, per ben più della metà delle donne intervistate (oltre 14.500 in 11 Paesi, fra cui l’Italia), il proprio stipendio e il pacchetto di benefit percepiti non sono affatto adeguati al lavoro svolto. In Italia il 63% di lavoratrici ritiene di essere pagata non adeguatamente. Nonostante tale consapevolezza, però, solo il 38% delle donne italiane ha chiesto, nell’arco della propria carriera, un aumento di stipendio. Il motivo risiede, secondo la ricerca, in una mancanza di fiducia in se stesse, ma anche nella carenza di informazioni su quale sia lo stipendio adeguato al proprio ruolo. Per quasi il 20% chiedere un aumento ‘non è un’opzione percorribile’, mentre il 31% non ha avanzato pretese per timore di conseguenze negative.

Il gender gap aumenta in presenza di figli

Studi acclarati di demografia dimostrano che il tasso di occupazione femminile è correlato positivamente al tasso di natalità: le donne che lavorano, cioè, tendono ad avere più figli perché possono contare su una maggiore stabilità finanziaria. Non c’è dunque da stupirsi se l’Italia, Paese europeo con il tasso più basso di occupazione femminile (51%, contro il 77% della Germania e persino il 56% della Grecia), è anche quello con il più basso tasso di natalità per donna (1,2 il dato italiano, contro la media Ue di 1,6 figli per donna). Nel nostro Paese, nel 2022, la quota di donne occupate fra i 25 e i 49 anni con almeno un figlio in età prescolare era pari al 53%: più di venti punti percentuale in meno rispetto alle donne senza figli. Il problema si risolverebbe prevedendo più posti negli asili nido: tuttavia, anche in questo caso conquistiamo la maglia nera in Europa, poiché solo il 28% dei bimbi fra 0 e 3 anni riesce a trovare un posto (13,6% nelle strutture pubbliche, 14,3% in quelle private).

Maddalena De Franchis

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