La ministra Nunzia Catalfo al vertice con i sindacati (Imagoeconomica)
La ministra Nunzia Catalfo al vertice con i sindacati (Imagoeconomica)

Roma, 12 ottobre 2019 - Sterilizzare’  Quota 100, allungando di tre mesi le cosiddette finestre di uscita, per il 2020 e il 2021, con l’obiettivo di ridurre la spesa. E prepararsi a fronteggiare, dal 2022, la fine del meccanismo, con nuovi strumenti di flessibilità previdenziale. A cominciare dalla soluzione prospettata dal senatore Pd, Tommaso Nannicini, che punta sulla possibilità di lasciare il lavoro a 64 anni di età con il ricalcolo contributivo di tutto l’assegno, insieme con l’introduzione di Quota 92 per le categorie deboli (disoccupati e altri). Il punto è anche politico. I renziani (come ha spiegato Luigi Marattin) e una parte del Pd (in particolare i riformisti di Nannicini) sarebbero disponibili a chiudere da subito l’esperienza di Quota 100 per recuperare 1-2 miliardi nel 2020 e 3-4 nel 2021.

Ma i grillini e il grosso del Pd non vogliono offrire argomenti di propaganda a Salvini. Dunque, Quota 100 rimarrà in vigore nel biennio prossimo. Ma non è detto che non vi sia interventi per tagliare i costi: allo studio, infatti, c’è l’allungamento di tre mesi delle finestre di uscita, che sono attualmente di tre mesi per i privati e di 6 per i pubblici: il che significa che coloro che maturano i requisiti dovrebbero attendere, da quella data, sei mesi per il pensionamento se privati e nove mesi se pubblici. Per il biennio a venire, in aggiunta, verrebbero prorogati l’Ape social (magari estesa al lavoro autonomo) e l’opzione donna.
Nel 2022, però, ci si troverebbe di fronte allo scalone tra i nati nel 1959, che potrebbero aver utilizzato quota 100, e i nati nel 1960, che potrebbero lasciare con 5 anni in più di età. Da qui il pacchetto messo a punto da Nannicini, che servirebbe a evitare questa iniquità e a introdurre vie di flessibilità strutturali.

La proposta del senatore Pd è pronta per l’uso, ma potrà tornare utile anche il prossimo anno, nel caso di rinvio. La revisione ipotizzata prevede un pensionamento anticipato, una sorta di opzione uomo-donna, a 64 anni di età e almeno 20 di contributi, con il calcolo interamente contributivo dell’assegno (e, dunque, con un’implicita penalizzazione). Al posto dell’Ape social, per le categorie svantaggiate (disoccupati, lavoratori che svolgono mansioni gravose, disabili, lavoratori che assistono disabili) verrebbe introdotta quota 92, che permetterebbe di andare via con 62 anni di età e 30 di contributi. Per le lavoratrici che svolgono anche lavori di cura o per le lavoratrici madri, verrebbe previsto un bonus di un anno di sconto sui requisiti.

I sindacati, però, al tavolo di ieri con il ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, hanno posto anche altre tre richieste. In primo luogo, il ritorno alla piena rivalutazione delle pensioni rispetto all’inflazione, dopo i blocchi e gli stop di questi anni. In secondo luogo, l’ampliamento della platea (con oltre un milione e 500 di pensionati in più) di coloro che percepiscono la mensilità aggiuntiva di luglio, la cosiddetta quattordicesima, alzando l’asticella del limite di reddito complessivo da due a tre volte il minimo (da 1.026 a 1.539 euro al mese): se si estendesse solo la quota aggiuntiva minima (336 euro) la spesa sarebbe comunque di poco inferiore al miliardo. Da ultimo, la riduzione a 36 anni dei contributi per le donne per utilizzare Quota 100.
Ma su tutte le partite, la responsabile del dicastero di Via veneto non si è sbilanciata. Dipenderà dalle risorse complessivamente disponibili per l’intera manovra che, come sappiano, sono poche e impegnate. L’apertura c’è stata sull’apertura di un confronto sui lavori gravosi e sulla non autosufficienza.