Una manifestazione dei sindacati dei pensionati a Roma
Una manifestazione dei sindacati dei pensionati a Roma
La partita pensioni, con la cancellazione annunciata di Quota 100 a fine anno (sebbene Matteo Salvini evochi le barricate per difenderla a tutti i costi), è di fatto ricominciata nel governo, nei partiti, nei sindacati. Siamo alle battute iniziali, ma già emerge un nuovo “numero magico“ della previdenza prossima ventura: 63 anni. Questa la soglia di età, (richiesta attualmente per l’Ape sociale), che verrebbe, in più, resa strutturale o quasi e allargata ad altre categorie (oltre quelle previste oggi) di lavoratori che svolgono mansioni gravose. I 63 anni, però, sarebbero assunti anche come limite per accedere al pensionamento, in anticipo di 4 anni rispetto ai 67, ma con penalizzazioni del 2-3% annuo sulla quota "retributiva"...

La partita pensioni, con la cancellazione annunciata di Quota 100 a fine anno (sebbene Matteo Salvini evochi le barricate per difenderla a tutti i costi), è di fatto ricominciata nel governo, nei partiti, nei sindacati. Siamo alle battute iniziali, ma già emerge un nuovo “numero magico“ della previdenza prossima ventura: 63 anni. Questa la soglia di età, (richiesta attualmente per l’Ape sociale), che verrebbe, in più, resa strutturale o quasi e allargata ad altre categorie (oltre quelle previste oggi) di lavoratori che svolgono mansioni gravose.

I 63 anni, però, sarebbero assunti anche come limite per accedere al pensionamento, in anticipo di 4 anni rispetto ai 67, ma con penalizzazioni del 2-3% annuo sulla quota "retributiva" dell’assegno. Una formula proposta a suo tempo dall’ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano (tant’è che si parla già di "Quota Damiano") e che viene rilanciata dal sottosegretario all’Economia, Cecilia Guerra.

Entro fine anno, governo e Parlamento dovranno trovare una o più soluzioni flessibili che sostituiscano Quota 100, per evitare che scatti di colpo dal 1° gennaio 2022 lo “scalone“ di 5 anni di aumento dell’età pensionabile, da 62 a 67 anni. È questo il nodo col quale dovrà fare i conti il ministro Andrea Orlando nelle prossime settimane, anche se a tirare le fila saranno il titolare dell’Economia e lo stesso premier Mario Draghi.

I punti di partenza sono lontani: i sindacati puntano su forme di flessibilità a partire dai 62 anni o, in alternativa, con 41 anni di contributi a prescindere dall’età (bocciata dall’Inps, però, perché troppo costosa, oltre 9 miliardi a fine decennio).

Con l’aggiunta di: contributi figurativi alle lavoratrici per i figli, per lavori di cura e per altre condizioni svantaggiate; sostegno dei redditi dei pensionati; rilancio della previdenza complementare; pensione di garanzia per i giovani, lavoratori discontinui e con basse retribuzioni. Una piattaforma che appare talmente ambiziosa che, verosimilmente, resterà solo un manifesto sindacale. Come sarà destinato a rimanere nel cassetto anche il progetto leghista della proroga di un altro anno di Quota 100, che permette di uscire con 62 anni e 38 di contributi.

Il governo, una volta mandata in soffitta Quota 100, punta almeno in partenza a irrobustire soluzioni collaudate ma non generalizzate: dall’Opzione donna (uscita con 35 anni di contribuzione e 58 anni d’età, 59 se autonome, ma con penalizzazione dell’assegno anche del 30%) all’Ape sociale (prevista da 63 anni per le categorie che svolgono mansioni faticose, per chi assiste disabili, per i disoccupati) fino al cosiddetto anticipo per i lavoratori precoci, che hanno cominciato a lavorare nella minore età e appartengono anch’essi a categorie simili a quelle dell’Ape sociale.

Quest’ultima – secondo la proposta messa a punto dalla commissione sui lavori gravosi guidata da Damiano – potrebbe diventare strutturale o avere una durata di almeno 5-6 anni. E potrebbe essere allargata a nuove categorie di lavoratori che svolgono mansioni gravose e manuali (con attenzione per gli edili), secondo indici relativi a infortuni e malattie professionali. Il punto è che questa via potrebbe non bastare per un compromesso coi sindacati e con la Lega. A quel punto potrebbe tornare d’attualità una proposta dello stesso Damiano di qualche anno fa: uscita dai 63 anni in avanti, con anticipo di 4 anni e penalizzazione annua del 2-3% (fino a un massimo dell’8-12% complessivo), ma solo per la parte "retributiva" dell’assegno. "Rispetto al 2013 – spiega l’ex ministro – si tratterebbe di una soluzione meno costosa per lo Stato e meno penalizzante per i lavoratori, perché è aumentata la parte calcolata con il sistema contributivo".