Francoforte, 8 marzo 2018 - Mister Draghi è pronto a fare ancora tutto il necessario per l'euro? Salvata la moneta unica dalle onde più tempestose grazie a una politca monetaria ultra espansiva e al massiccio acquisto di titoli inaugurato nel gennaio 2015, adesso il presidente della Banca centrale europea cambia tono. L'economia è ripartita con slancio nel Vecchio Continente (+2,4% la previsione per il 2018) e, anche se l'inflazione è ancora sotto tono, l'obiettivo del 2%  è alla portata. Il Consiglio direttivo della Bce ha, quindi, messo in campo una decisione inaspettata: viene eliminato il riferimento a un possibile aumento del Quantitative easing in caso di peggioramento dello scenario macroeconomico. Tradotto: il bazooka non tornerà a sparare più munizioni se le cose andranno peggio.

Certo, i tassi restano al minimo storico, e lo resteranno anche dopo la fine del Quantitative easing prevista a settembre di quest'anno e gli acquisti potranno anche proseguire oltre. Ma c'è un 'ma' grosso come una casa che aleggia nei salotti economici e sulle piazze finanziarie: l'Italia riuscirà senza il paracadute di Draghi a sostenere il fardello del debito pubblico? Una zavorra da 2.300 miliardi. Per finanziarla, il Tesoro deve emettere titoli per circa 450 miliardi l’anno e sostenere una spesa per interessi attorno ai 65 miliardi, calata rispetto ai picchi da 80 miliardi proprio grazie alle politica espansiva di Francoforte.  

"La sostenibilità di bilancio è tra le più elevate preoccupazioni nei Paesi con alto debito", ha ammonito oggi Draghi e - riferendosi all'esito delle elezioni italiane - ha avvertito che "una protratta fase di instabilità potrebbe minare la fiducia e tutto quel che minaccia la fiducia ha effetti negativi sulla produzione". Certo, ha evitato commenti diretti sull'avanzata dei partiti populisti - limitandosi a smorzare gli effetti post voto sui mercati: "E' stata più o meno la stessa di quelle che si sono viste su altre elezioni ed eventi politici, in cui si temevano pesanti correzioni dei mercati e volatilità".  Non è venuto giù il mondo con la Brexit, nè con il caos in Catalogna e, nemmeno, dopo il referendum del 4 dicembre sulle riforme costituzionali.

I mercati sono alla finestra, la fiducia sul nostro Paese  dipenderà molto dalle politiche concrete che verranno attuate dal futuro governo, soprattutto in campo fiscale e sul fronte della spesa pubblica. "Continuate a chiedermi cose sul cosa farei se lasciassi domani, ma resta un po' di tempo fino alla fine del mio mandato", ha scherzato Draghi in conferenza stampa. Fino a ottobre 2019 sarà alla guida della Bce, poi potrebbe arrivare un tedesco. E la musica potrebbe cambiare assai.