Chianti è sempre il brand più amato. Ma c’è differenza tra Classico e Dop

VITTORIO FIORE È NATO sulle Alpi, a Fortezza, in provincia di Bolzano. Ma della Toscana si è innamorato quando l’ha...

Chianti è sempre il brand più amato. Ma c’è differenza tra Classico e Dop
Chianti è sempre il brand più amato. Ma c’è differenza tra Classico e Dop

VITTORIO FIORE È NATO sulle Alpi, a Fortezza, in provincia di Bolzano. Ma della Toscana si è innamorato quando l’ha scoperta venendoci a lavorare come enologo consulente professionista, un mestiere da lui ideato negli anni Sessanta. Dopo tante collaborazioni con le aziende vitivinicole della regione, nel 1991 corona il suo sogno: avvia un’azienda tutta sua. Insieme alla moglie Adriana acquista infatti in quell’anno – sulla collina di Ruffoli, nel Comune di Greve in Chianti – il Podere Poggio Scalette, che in pochi anni diventa una realtà enologica fra le più prestigiose della regione ed a livello nazionale, grazie anche al determinante contributo del figlio Jurij, enologo diplomato a Beaune, in Borgogna, a cui è affidata la gestione dell’impresa. Su 15 ettari si producono, tra gli altri, il Docg Chianti Classico e il famoso Carbonaione, vino pensato e voluto da Vittorio Fiore dopo lunghi anni di studio e di esperienze, che nasce da un binomio di straordinario valore: il Sangiovese e le vigne di Ruffoli. Il risultato di questo binomio, ovvero le uve che si raccolgono dalla vigna del Carbonaione, viene poi elaborato con passione e particolare cura fino ad ottenerne un vino di grande potenza ed eleganza, capace di esprimere in tutta la sua ricchezza il ‘terroir’ nel quale nasce.

Dove va il il vino che producete?

"In giro per il mondo, in una ventina di Paesi. Tra questi Svizzera, Stati Uniti, Germania, Inghilterra e una parte resta anche in Italia".

I rincari di energia e materie prime si sono fatti sentire?

"Molto, i costi di produzione sono enormi, i ricavi non sufficienti. Il Chianti Classico è un territorio fatto di pendii scoscesi e poca acqua. Gli investimenti da fare sono sempre tanti. Dal 2010 al 2015 ho messo a dimora 15 ettari di Chianti Classico e ho rinnovato i vigneti, che però hanno due grandi nemici: la siccità e gli animali selvatici, che portano via dal 20 al 40 per cento della produzione. Abbiamo protetto i vigneti con una prima recinzione, ma ai cinghiali si sono aggiunti gli ungulati, che saltano qualsiasi recinzione e fanno danni superiori perché mangiano le gemme. L’anno scorso abbiamo fatto realizzare un pozzo per avere sufficiente acqua per l’irrigazione, quest’anno dovremo rifare la recinzione, ma ci sono circa 25 chilometri di confine da proteggere e la spesa si aggira sui 15-20 euro al metro. Sono cifre spaventose, i sostegni economici pochi, le risorse che arrivano dall’Unione europea settoriali".

Secondo gli ultimi dati Qualivita il valore della produzione del Chianti Dop è di 104 milioni, del Chianti Classico Dop 80 milioni. Il Chianti è un brand che funziona?

"Si fa presto a dire Chianti. Tra Chianti e Chianti Classico si fa una grande confusione. I consumatori ignorano la differenza. I produttori di Chianti classico sono 600, per un totale di 250mila ettolitri di vino, mentre ci sono circa duemila produttori che fanno 850mila ettolitri di vino, ma che non è Chianti classico, è Chianti".

Si riferisce all’annosa diatriba sul Chianti storico?

"Per il vino il legame con il territorio sul quale è prodotto è determinante: è l’unico fattore irripetibile del ‘terroir’, che comprende anche l’uomo, il clima e il vitigno. Il vino prodotto a Pisa o ad Arezzo non può essere chiamato Chianti, perché il Chianti è il territorio compreso nei comuni di Gaiole, Radda, Castellina e Greve".

Come mai, invece, il Chianti si produce anche a Pisa, Arezzo, Rufina?

"È un’ambiguità che stiamo vivendo dal lontano 1932. Un problema che ha sollevato negli anni Novanta Carlo Baldini, storico, scrittore e giornalista. Tutto nasce da una legge del governo Mussolini, che, per necessità di introitare valuta pregiata, emanò un decreto con il quale si allargava l’uso della denominazione di ‘vino Chianti’, che già allora era un prodotto che piaceva, a quasi tutta la Toscana e in particolare alle province di Pisa, Arezzo e alle aree non incluse di quelle di Siena e di Firenze. Si concesse così l’appellativo di ‘Chianti’, appartenente ad una zona geografica storicamente ben delimitata a ridosso dei ‘Monti del Chianti’, alla quale venne attribuito l’aggettivo ‘Classico’, ai vini ottenuti in altre 7 aree di produzione vitivinicola, e precisamente Chianti Colli Aretini, Chianti Colli Fiorentini, Chianti Colli Senesi, Chianti Colline Pisane, Chianti Montalbano, Chianti Montespertoli e Chianti Rufina, alcune delle quali non sono nemmeno contigue con la zona di origine di questo vino, né fra loro".

Da allora non è cambiato niente?

"No. Il paradosso più incredibile si è verificato quando, nel 1967, venne istituita la Doc “Chianti”, e, a redigere il relativo disciplinare di produzione, concorsero in maniera maggioritaria anche tutti quei produttori che avevano i loro vigneti situati al di fuori della unica zona di origine del Chianti e che erano e sono ancora numericamente preponderanti. Da allora, tutti gli eventi e le promozioni fatte - dai 300 anni della Denominazione Chianti, all’avvio dell’iter per ottenere il riconoscimento da parte dell’Unesco della qualifica di Patrimonio dell’umanità della zona del Chianti - vanno a beneficio anche e soprattutto di chi fa il vino su un territorio che con il Chianti non c’entra niente".

Quale potrebbe essere la soluzione?

"Fare ricorso alla Corte di giustizia europea – e mi dispiace che il Consorzio del Chianti Classico non si sia attivato in questa direzione – come hanno fatto, con successo, i produttori ungheresi del famosissimo vino Tokaji. Oggi nessun vino prodotto al di fuori di quella zona può chiamarsi così e infatti il Tocai prodotto in Friuli è diventato il Friulano".

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