Giovedì 18 Aprile 2024

In Italia il lavoro c’è Ma mancano i lavoratori

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IL LAVORO C’È. Però mancano i lavoratori. È uno dei frutti avvelenati delle politiche di sostegno al reddito messe in atto nella passata legislatura, di cui il governo Meloni sta valutando la revisione. Lo conferma l’indagine svolta dalla Fondazione Studi Consulenti del lavoro, secondo cui nei prossimi quattro anni c’è il rischio che le aziende non riescano a rintracciare i profili necessari per la propria attività e che, a fronte di un fabbisogno di circa 4,3 milioni di lavoratori, vadano in fumo un milione e 350mila ricerche di personale per assenza di candidati. Un fenomeno che, precisa lo studio, "sarebbe fuorviante pensare essere circoscritto solo ad alcune professioni generiche e a bassa qualificazione". A fare la parte del leone (23%) è la carenza di cuochi e camerieri, ma anche di altri profili, soprattutto operai specializzati nell’edilizia, conduttori di mezzi di trasporto e tecnici dell’ingegneria. Il quadro che emerge è quello di un deficit di offerta molto più strutturale di quanto non fosse solo tre anni fa: complessivamente, a giugno 2022, su quasi 560mila entrate previste, 219mila (39,2%) risultavano di difficile reperimento. Nello stesso mese del 2019 questo valore si attestava al 25,6%. Nel 23,7% dei casi la difficoltà di reperimento è dovuta alla carenza di candidati (era il 12,2% del 2019), mentre la quota di aziende che associa la difficoltà di reperimento alla preparazione inadeguata dei candidati è rimasta pressoché invariata (11%).

Tra i fattori che determinano un fenomeno complesso, variabile a seconda dei profili interessati e della congiuntura economica, vi è innanzitutto quello demografico. Tra il 2018 e il 2021 la popolazione in età da lavoro (dai 15 ai 64 anni) si è infatti ridotta di misura, con una perdita di 636mila unità. Al calo demografico si è aggiunta una riduzione della componente attiva di chi ha un lavoro o lo cerca (-831mila, per un decremento del 3,3%) e, di contro, un aumento di quanti non cercano lavoro o sono scoraggiati a farlo (+194mila, per un incremento dell’1,5%). Si tratta di un dato che certifica un trend più generale di allontanamento dal lavoro prodotto da cause diverse, tra cui il rifiuto di impieghi a bassa remunerazione, la crescita di forme di lavoro irregolare, l’aumento del numero dei percettori di sussidi pubblici avvenuta durante la pandemia o, più semplicemente, una revisione delle priorità nel dopo pandemia, che ha portato a una visione diversa del lavoro nella vita delle persone.

A essere chiamato in causa è anche lo storico disequilibrio esistente nel nostro Paese tra offerta e domanda di formazione, che determina la difficoltà di reperimento dei profili più specializzati. Secondo Unioncamere, il mercato del lavoro italiano ha bisogno in media ogni anno di circa 238mila laureati e 335mila diplomati secondari, corrispondenti all’incirca ai due terzi del fabbisogno occupazionale complessivo. A questi si aggiungerebbero circa 130mila diplomati delle scuole di formazione professionale. "A tutti i livelli considerati, dall’universitario alla formazione professionale – conclude l’indagine della Fondazione Studi Consulenti del lavoro – la non adeguata programmazione dell’offerta formativa rischia, negli anni a venire, di creare criticità rilevanti nei percorsi di crescita occupazionali nel Paese, soprattutto con riferimento ai profili che necessitano di una formazione specialistica".

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