La mancata ratifica del Mes: problema politico non di sostanza

IL VOTO CONTRARIO ALLA RATIFICA della riforma del Mes espresso dalla Camera dei Deputati a ridosso della pausa natalizia ha...

La mancata  ratifica del Mes:  problema politico non di sostanza

La mancata ratifica del Mes: problema politico non di sostanza

IL VOTO CONTRARIO ALLA RATIFICA della riforma del Mes espresso dalla Camera dei Deputati a ridosso della pausa natalizia ha alimentato una serie di reazioni che è utile passare in rassegna a distanza di qualche giorno. I commenti hanno enfatizzato le implicazioni per la politica interna, la postura del Governo rispetto all’Europa e, soprattutto, paventato reazioni avverse dei mercati. Si tratta di aspetti potenzialmente rilevanti che vanno oltre la (mancata) riforma e sono utili per comprendere le prospettive dell’anno che è appena cominciato. Ma procediamo con ordine, chiarendo innanzitutto alcuni aspetti della riforma e della persistente (in)operatività del Mes.

La riforma prevedeva la costituzione di un fondo di circa 70 miliardi che il Mes avrebbe potuto mobilizzare nel caso di una crisi bancaria dell’Eurozona. Le consistenze dei depositi detenuti dalle famiglie nell’Eurozona, alla data dell’ottobre scorso, sono di 9 trilioni di euro. Ne discende che, in termini relativi, la capacità di fuoco del fondo in parola sarebbe stata inferiore all’1 per cento, troppo esigua per stabilizzare le aspettative nel caso di una crisi bancaria.

Peraltro, sempre in tema di riforme incompiute, l’unione bancaria con cui si è proceduto a centralizzare la vigilanza bancaria dell’Eurozona prevedeva ulteriori componenti. In aggiunta al Meccanismo di Vigilanza Unico, efficace dal 2014, ed al fondo in parola, l’unione bancaria prevedeva che ci fosse la creazione di un’assicurazione dei depositi bancari paneuropea che, ad oggi, non si è materializzata in seguito alle resistenze tedesche. Inoltre – ed è questo forse l’aspetto più rilevante di tutta la questione – il Mes da anni non eroga prestiti semplicemente perché i paesi membri non li richiedono, temendone l’effetto di stigma che ne deriverebbe. È illuminante che, all’apice della crisi pandemica, Francia e Spagna ne rifiutarono pubblicamente il sostegno, come del resto fece l’Italia con l’allora ministro dell’Economia e delle Finanze Roberto Gualtieri che ne ribadì la motivazione in tal senso. Di fatto, il Mes ha erogato il suo ultimo prestito nel 2015 alla Grecia. Venendo al recente voto della Camera, la maggioranza ha espresso posizioni diverse, come anche ha fatto l’opposizione, ma va dato atto che il Presidente del Consiglio ha sempre formulato una posizione non favorevole alla riforma. In altre parole, dal momento che il voto contrario del suo partito era scontato, risulta difficile argomentare che si sia persa credibilità. Una via per evitare il voto contrario, tuttavia, c’era e consisteva nel convergere su un accordo a pacchetto che recepisse la posizione italiana sull’altra riforma – quella sul Patto di Stabilità. Ma su questo dossier, la posizione dell’Italia è stata solo parzialmente accolta nella bozza di accordo che Francia e Germania hanno presentato all’ultima riunione dell’Ecofin.

Di fatto, la possibilità di escludere dal deficit fiscale gli investimenti per la transizione ecologica e digitale è stata recepita solo in parte nell’ambito della cosiddetta fase transitoria che terminerà nel 2027. L’Italia auspicava che il risultato finale del dibattito sulla riforma del Patto riflettesse, nello spirito e nella lettera, la proposta originariamente formulata dalla stessa Commissione. Come è noto, la convergenza registrata tra Germania e Francia prevede una serie di indicatori annuali rispetto ai quali andrà monitorato l’aggiustamento fiscale dei paesi ad alto debito che si discostano, tuttavia, dalla semplicità della proposta originaria. Il ministro Giancarlo Giorgetti (nella foto in basso) non aveva nascosto il suo disappunto per l’accordo poi raggiunto in sede Ecofin, ma ha saggiamente deciso di far prevalere il senso di responsabilità, rinunciando a porre il veto sulla proposta di accordo, che in tal modo veniva definitivamente raggiunto.

Da ultimo, altre reazioni hanno paventato rilevanti ripercussioni sui mercati. In realtà, lo spread tra il Btp e il Bund nei giorni successivi al voto della Camera è rimasto stabile nel range tra i 160 e i 170 punti base – una performance particolarmente favorevole nell’arco addirittura degli ultimi 18 mesi che smentisce nei fatti un presunto legame causa effetto tra il voto contrario della Camera e, appunto, lo spread. Peraltro, la stabilità di questo differenziale è in linea con le valutazioni formulate dalla società internazionali di rating nelle precedenti settimane che hanno confermato e, in un caso persino migliorato, l’outlook sul merito di credito dei titoli di Stato. Evidentemente, riflette anche una valutazione nel complesso positiva sull’attuale Governo.

Vuol dire questo che possiamo stare tranquilli nel prossimo futuro? Assolutamente no. Le valutazioni dei mercati si fondano su equilibri delicati che vanno nutriti nel tempo con riforme e prudenti decisioni fiscali. Di qui la saggia decisione di non bloccare la riforma del Patto di Stabilità che avrebbe potuto segnalare una diluizione nell’impegno a stabilizzare la finanza pubblica e dello sprone a proseguire con le riforme necessarie. Il prossimo test saranno le emissioni di titoli di Stato in calendario a partire dai prossimi giorni.

*Direttore del Policy Observatory,

Luiss School of Government

@domeniclombardi

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