Alessandro Malavolti, amministratore delegato del gruppo Ama
Alessandro Malavolti, amministratore delegato del gruppo Ama

Chiusi per il decreto del governo anti Covid, nonostante i loro prodotti siano richiesti da una filiera essenziale, cioè l’agricoltura. È il paradosso che sta vivendo il gruppo Ama, con sede a San Martino in Rio (Reggio Emilia), insieme ad altre trecento aziende che si occupano di meccanica agricola in Emilia. "In base al codice Ateco, la nostra attività era stata inserita tra quelle che potevano rimanere aperte. Ma poi, con un secondo decreto, siamo stati sottoposti allo stop. Eppure l’agricoltura, e le sue macchine, non si fermano, e con loro le richieste di componenti".

Alessandro Malavolti è amministratore delegato del gruppo Ama e presidente di Federunacoma, la Federazione che raduna i costruttori di macchine per l’agricoltura. "All’estero la meccanica agricola è stata inserita tra le filiere essenziali, l’Italia è l’eccezione: un problema che abbiamo già segnalato". Lo stop scattato dal 25 marzo ha creato qualche difficoltà al gruppo Ama, che conta dodici stabilimenti in Italia e altri quattro fra Bosnia, Ucraina, India e Usa, più tredici filiali commerciali in Europa, e ha alle dipendenze 1.300 persone, di cui 700 nel nostro Paese. Ora circa trecento lavoratori sono stati messi in cassa integrazione. Ma l’azienda ha saputo riadattare una delle proprie produzioni.

"Da sempre realizziamo visiere per uso agricolo e forestale, utili a proteggersi da urti e schegge. Di recente siamo stati contattati dall’Ausl perché aveva ricevuto una donazione di alcune nostre visiere, comprate in ferramenta. Così, su loro suggerimento, abbiamo deciso di trasformare le visiere in un dispositivo di protezione individuale utile a medici e a infermieri per proteggersi da spruzzi e goccioline", racconta Malavolti.

Tempo una settimana, e le prime visiere riadattate sono state diventate realtà. "Abbiamo triplicato gli sforzi, attivando per primo lo stabilimento di Prato di Correggio, nel Reggiano, e ora le faremo anche a Piacenza. Da cinquemila pezzi al giorno, dovremo arrivare a farne quindicimila. Siamo stati sommersi di richieste di ospedali, pubbliche assistenze, studi medici e farmacie, lavanderie industriali e persino da un ambito di nicchia come i venditori di prodotti per tatuatori. Molte domande stanno arrivando anche da parte delle industrie".

Inquadrata nella categoria 2 perché copre viso e occhi, ma non le vie respiratorie, e classe di rischio 3 in quanto para gli spruzzi, la visiera sanitaria è una protezione complementare alle mascherine: "Non le sostituisce, ma le può accompagnare, garantendo vantaggi. La visiera, essendo in policarbonato, può essere pulita e disinfettata più volte ed è anti appannamento". Per produrre le visiere, l’azienda ha investito 200mila euro, coinvolgendo venticinque persone degli uffici progettazione, tecnico, marketing, customer service, più chi le ha assemblate.

"Si è lavorato a ritmi molto sostenuti, fino a sera, facendo tanti straordinari. Ma l’entusiasmo e l’orgoglio per questa piccola riconversione sono grandi. Per questa specifica attività abbiamo potuto riassorbire una sessantina di dipendenti cassintegrati. I prezzi a cui le proponiamo sono quelli del settore agricolo, più bassi di quello medicale. È un modo per aiutare in un momento difficile per tutti".

L’attenzione resta alta sulle produzioni tradizionali: "Ora abbiamo molto lavoro arretrato, ma temiamo un calo del mercato. Bisogna dunque ripartire nella massima sicurezza, ma nel più breve tempo possibile".