Flavio Cattaneo (Ansa)
Flavio Cattaneo (Ansa)

Roma, 25 luglio 2017 - Il divorzio consensuale tra Flavio Cattaneo e Telecom Italia è costato 25 milioni di euro. Un cda, diviso da tempo, ha dato disco verde a maggioranza alla fine del rapporto con il manager che lascerà la poltrona da amministratore delegato il 28 luglio, tre giorni dopo decadrà anche da direttore generale. A maggioranza è arrivato anche il parere favorevole del Comitato Nomine e Remunerazione, riunitosi prima del board e al quale ha partecipato anche Cattaneo. Parere negativo, seppur non vincolante, è arrivato invece dal collegio sindacale che già nell’aprile scorso si espresse contro lo stipendio complessivo di Cattaneo, criticando in particolare le modalità di definizione della parte variabile anche in relazione ai benchmark di mercato.

Manager, i più garantiti sono italiani. Il bonus arriva anche senza risultati - di ANTONIO TROISE

In ogni caso il ‘pacchetto’ venne approvato. E, adesso, i patti vanno rispettati. Così anche Cattaneo conquista uno scranno nell’Olimpo dei super bonus. Ma come si arriva a 25 milioni lordi? L’importo riconosciuto al manager è composto da 2,1 milioni per un patto di non concorrenza della durata di 12 mesi e da 22,9 milioni tra emolumenti variabili già maturati relativi all’anno in corso, nonché i bonus già maturati relativamente al superamento dei risultati, come previsto dallo Special Award per il 2016 e per il 2017. Si tratta del sistema di incentivazione introdotto proprio con la nomina di Cattaneo alla guida del gruppo: i manager avrebbero potuto incassare nel 2019, raggiunti gli obiettivi finanziari indicati dal piano industriale al 2018, un bonus speciale fino a 50 milioni, l’80% in azioni, il restante 20% cash. Nel 2016 Cattaneo aveva già maturato, con i risultati raggiunti (e in particolare con la crescita dell’Ebitda) 9,3 milioni, che avrebbe però potuto incassare solo nel 2020. Inoltre, attualmente, l’ad uscente detiene 1,5 milioni di azioni ordinarie della società.

Il sigillo sul divorzio non placa le polemiche. A partire da Asati, l’associazione dei piccoli azionisti Tim: «Ci auguriamo – sottolineano con rammarico per le scelte del board – che la chiusura dell’era Cattaneo significhi anche chiusura dell’era di compensi/bonus monstre». Un compenso criticato un po’ da tutte le forze politiche, a partire dalla Lega che parla di «cifre disgustose». Ma anche il Pd prende vigorosamente le distanze: «Noi siamo quelli del tetto di 240mila euro nella pubblica amministrazione dove prima c’erano retribuzioni anche quattro volte più alte», rivendica Ettore Rosato esprimendo «imbarazzo di fronte a queste cifre». Ma oltre a ‘queste cifre’, c’è il nuovo corso di un’azienda chiave per le infrastrutture tlc del Paese.

Non a caso il ministro Claudio De Vincenti, presidente del Comitato per la Banda Ultralarga, osserva che, se «le scelte di governance di una grande azienda vanno seguite con rispetto e attenzione», «l’auspicio è che Telecom ritrovi la strada per impostare e realizzare investimenti strategici per lo sviluppo tecnologico e produttivo del nostro Paese». Dal canto suo, Tim spiega che intende proseguire sul sentiero tracciato, dando vita a una seconda fase del piano di rilancio aziendale che prosegua verso gli obiettivi prefissati da Cattaneo. Primo fra tutti il piano fibra. E ringrazia il manager «per l’importante lavoro svolto e universalmente riconosciuto»: mai prima d’ora Telecom aveva visto un recupero tale da essere la prima società telco tra gli incumbent europei e Usa in termini di velocità di crescita della profittabilità. La successione è avviata, il cda di giovedì incoronerà il successore.