Martedì 11 Giugno 2024
MASSIMO SELLERI
Cronaca

Zuppi e la lezione di Ratzinger: "Ha aperto la strada a Bergoglio"

Il presidente della Cei: "Quando Ratzinger si dimise provai smarrimento, poi ho compreso la sua generosità"

Cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, quale eredità ci lascia il Papa emerito Benedetto XVI?

"Quella di una Chiesa che è sempre in viaggio, come ricorda il Concilio Vaticano II, al quale aveva partecipato. Il suo contributo più sostanzioso, però, arrivò nel 2012, quando venne celebrato il 50esimo anniversario dell’apertura del Concilio. Lì lui registrò una attenuazione dell’entusiasmo legato a quelle novità e ci invitò a vivere con una ‘sobria ebbrezza’ la sfida di una Chiesa che doveva cambiare in base a quelle indicazioni".

Il cardinale Zuppi
Il cardinale Zuppi

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Sobrietà?

"Sì, perché consente di vivere le fatiche di questo viaggio non come una delusione, ma come un fattore necessario per arrivare al traguardo. Ci disse di prendere come esempio il cammino di Santiago, sottolineando come tutti quelli che partono prima o poi arrivano, se si ha la pazienza di aspettarli. Questa prospettiva ha preparato il terreno per l’attuale pontificato di Papa Francesco. Una Chiesa in viaggio è per forza una Chiesa in uscita".

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Spesso questa continuità è offuscata dal fatto che con Papa Francesco la parola carità è all’ordine del giorno. È la differenza tra la Chiesa in viaggio e la Chiesa in uscita?

"No. La prima enciclica di Papa Benedetto XVI è stata la Deus Caritas Est che tradotto dal latino significa "Dio è amore". Come lui disse in sede di presentazione Dio e il nostro amore sono la vera condizione dell’unità dei cristiani e della pace nel mondo. Lo scopo dell’enciclica è mostrare i vari aspetti del concetto cristiano di amore, ossia dell’equivalenza per un cristiano tra amore e carità. Sia Papa Benedetto che Papa Francesco ci hanno ripetuto che la carità non è una prestazione sociale, ma l’incontro con Cristo. Entrambi si rifanno al Vaticano II, perché il concilio è stata la grande occasione per rimettersi a parlare all’uomo e per dire all’uomo di oggi che il Vangelo non è qualcosa del passato, ma è ci accompagna nella vita di tutti i giorni".

Il Novecento è stato un secolo caratterizzato da una serie di papi che da Benedetto XV a Giovanni Paolo II, passando per Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo VI, si sono spesi per la pace e il disarmo. Pur essendo stato il suo pontificato tutto nel nuovo millennio, a questa lista si può aggiungere il nome di Benedetto XVI?

"Certamente. Come ci spiegò egli volle prendere quel nome proprio per riallacciarsi al suo predecessore Benedetto XV, che lui definì coraggioso profeta di pace per il suo impegno nell’evitare la Prima Guerra Mondiale, che definì un’inutile strage. Voleva essere anche lui al servizio della pace".

Veniamo a qualche ricordo personale. Nel 2012, come membro del consiglio episcopale di Roma, lei andò in piazza San Pietro, in Vaticano, per manifestare al pontefice tutta la sua solidarietà. Perché?

"Fu lui a nominarmi vescovo e, quindi, avrò sempre un debito di riconoscenza per la sua stima. Era un periodo dove continuava ad essere attaccato in maniera gratuita per cui decidemmo, come Consiglio episcopale, di rendere evidente la nostra solidarietà nei suoi confronti. In realtà non organizzammo nulla di particolare, se non di ritrovarci insieme in Vaticano. C’era tutto il Consiglio episcopale a dimostrazione di come i cristiani della città di Roma non accettassero quegli attacchi così ingiusti".

Quali sentimenti le suscitarono le sue dimissioni?

"Inizialmente accusai un senso di smarrimento, poi ho capito che anche quello era un gesto che confermava la sua generosità. Non si disinteressava né si ‘disoccupava’ della Chiesa, semplicemente ritenne che fosse arrivato il momento che, per il bene di tutti e mettendo da parte il suo bene esclusivo, fosse arrivato il momento di servirla in modo diverso. Anche in questo è stato un esempio".