di Veronica Passeri Non li hanno portati nella foresta per ucciderli a freddo, non è stata un’esecuzione: l’ambasciatore italiano in Congo Luca Attanasio e il carabiniere Vittorio Iacovacci sono morti nello scontro a fuoco tra i loro assalitori e i ranger congolesi, intervenuti in soccorso nella foresta di Virunga. Iacovacci è deceduto subito, sul posto, Attanasio un’ora dopo all’ospedale della missione Onu Monusco di Goma. Sono in totale quattro i colpi che hanno causato la morte dell’ambasciatore e del carabiniere, due per ciascuno. I corpi trapassati da sinistra a destra, come ha provato la Tac nell’ambito dell’autopsia disposta dalla Procura di Roma e svoltasi ieri al Policlinico Gemelli. Oggi si...

di Veronica Passeri

Non li hanno portati nella foresta per ucciderli a freddo, non è stata un’esecuzione: l’ambasciatore italiano in Congo Luca Attanasio e il carabiniere Vittorio Iacovacci sono morti nello scontro a fuoco tra i loro assalitori e i ranger congolesi, intervenuti in soccorso nella foresta di Virunga. Iacovacci è deceduto subito, sul posto, Attanasio un’ora dopo all’ospedale della missione Onu Monusco di Goma. Sono in totale quattro i colpi che hanno causato la morte dell’ambasciatore e del carabiniere, due per ciascuno. I corpi trapassati da sinistra a destra, come ha provato la Tac nell’ambito dell’autopsia disposta dalla Procura di Roma e svoltasi ieri al Policlinico Gemelli.

Oggi si svolgeranno i funerali di Stato nella basilica di Santa Maria degli Angeli, poi i feretri partiranno per tornare nei comuni di origine: Attanasio a Limbiate, Iacovacci a Sonnino. L’aereo di Stato con a bordo le salme dei due italiani è giunto nella nottata di martedì all’aeroporto militare di Ciampino: ad attenderli e a rendere omaggio ai due caduti il presidente del Consiglio Mario Draghi, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio e il ministro della Difesa Lorenzo Guerini. Una cerimonia "straziante" come l’ha definita Di Maio, che ieri ha riferito a Camera e Senato sull’accaduto e sui punti che sono tuttora oscuri. In primis la matrice dell’imboscata. I primi risultati autoptici avvalorano l’ipotesi di un tentativo di sequestro finito male. Ma resta da appurare da quali armi siano partiti i colpi che hanno ucciso Attanasio e Iacovacci: non è chiaro se i due italiani siano rimasti o meno vittime del fuoco amico. Attanasio è stato ferito all’addome, i colpi hanno trapassato il corpo da sinistra a destra, senza tuttavia lasciare residui bellici: sono stati infatti individuati sia i fori di entrata che quelli di uscita. Iacovacci è stato raggiunto prima da uno sparo nella zona del fianco, poi da un secondo colpo che ha toccato prima l’avambraccio, fratturandolo, per poi fermarsi alla base del collo. Ed è qui che è stato individuato un proiettile di AK-47, un Kalashnikov. Secondo il governo di Kinshasa – che accusa gli hutu delle Forze democratiche di liberazione del Ruanda (Fdlr) di tentato sequestro "a scopo di estorsione" – i sei assalitori erano armati di "cinque kalashnikov e di un machete". Ma gli stessi fucili automatici sarebbero in dotazione anche alle guardie del parco nazionale dove è avvenuto l’agguato.

Per questo i carabinieri del Ros, a Goma da ieri, intendono controllare le armi dei ranger e compararle al proiettile trovato nel corpo di Iacovacci e a quelli rinvenuti sulle auto del convoglio del Programma alimentare mondiale, assaltato nella provincia del Nord Kivu infestata da milizie. Nell’imboscata è rimasto ucciso anche l’autista congolese, Mustapha Milambo, mentre gli altri 4 membri del Pam, inizialmente portati nella foresta dai rapitori insieme ai due italiani, sono in salvo. Tra loro il vicedirettore Rocco Leone, rimasto al momento in Congo.

L’Italia, ha ribadito il ministro Di Maio ieri in Parlamento, si attende ora "risposte chiare ed esaustive" dal Pam, dall’Onu e dal segretario generale Antonio Guterres. In particolare, Roma vuole un’inchiesta sul "dispositivo di sicurezza utilizzato" e che chiarisca "a chi fossero in capo le decisioni" in merito al viaggio da Goma e Rutshuru, in una missione cui l’ambasciatore partecipava su invito della stessa agenzia Onu che avrebbe dovuto quindi garantirne l’incolumità, in un Paese che la Farnesina considera "in terza fascia di rischio (su quattro)" e cioè di "livello di minaccia alto".