Papa Francesco allo scorso sinodo sulla famiglia
Papa Francesco allo scorso sinodo sulla famiglia

Città del Vaticano, 25 settembre 2018 - A torto è passata sotto silenzio. Offuscata, da un lato, dal discorso liberatorio sul sesso del Papa ai ragazzi di Grenoble, dall’altro, dagli ultimi aggiornamenti sullo scandalo senza fine della pedofilia nella Chiesa. Eppure la riforma del Sinodo dei vescovi, varata la scorsa settimana con la costituzione apostolica 'Episcopalis communio', a una decina di giorni dall’assise sinodale dedicata ai giovani, ha più di una carta in regola per porsi all’attenzione dei posteri come l’autentica eredità del pontificato bergogliano. Più dell’esortazione post sinodale 'Amoris laetitia', che dischiude uno sguardo finalmente realistico e misericordioso su conviventi e sposati solo civilmente, ancor più del documento 'Come una madre amorevole' sulla tanto attesa rimozione dei vescovi colpevoli di aver insabbiato casi di abusi sessuali sui minori. La scelta della fonte di produzione normativa della costituzione, che di per sé esprime il grado maggiore di autorevolezza del magistero ordinario del Pontefice, suggella la centralità del nuovo testo.

Non è un mistero che la sinodalità, il camminare insieme nella Chiesa – il Papa con gli altri successori degli apostoli (cioé la collegialità episcopale cum Petro et sub Petro rilanciata dal Vaticano II), i vescovi con preti, diaconi e laici –, sia il tratto distintivo di questo papato. Le grandi sfide della postmodernità si affrontano di concerto, è la tesi di Bergoglio. Nel rispetto dei diversi carismi, ma con la partecipazione più larga possibile dell’intero popolo di Dio. Il doppio sinodo sulla famiglia, che ha visto un inedito coinvolgimento della base cattolica, anche via web, è stato paradigmatico a riguardo. Soprattutto alla luce dei decenni precedenti nei quali l’istituzione sinodale, voluta con funzione consultiva da Paolo VI nel 1965, si è trascinata lungo una serie di appuntamenti clericali piuttosto asfittici. E dalle conclusioni celate al grande pubblico. 

Ora le buone prassi avviate da Francesco diventano diritto canonico. Norme innovative, contenute nella costituzione 'Episcopalis communio', che travalicano questo pontificato e blindano un nuovo esercizio del ministero petrino. All’insegna di un’effettiva sinodalità, di una valorizzazione delle Chiese locali e di un concreto protagonismo del laicato. Nel nuovo documento il dettato del Papa è chiarissimo su questi aspetti. Nonostante il Sinodo “nella sua composizione si configuri come un organismo essenzialmente episcopale” – scrive –, non è “separato dal resto dei fedeli”. Anzi, essendo “uno strumento adatto a dare voce all’intero popolo di Dio”, va da sé come sia “di grande importanza” che nella preparazione delle singole assemblee “riceva una speciale attenzione la consultazione di tutte le Chiese particolari”.

Ma esaminiamole le riforme introdotte dalla 'Episcopalis communio'. Innanzitutto le tipologie del Sinodo dei vescovi, la cui convocazione resta saldamente nelle mani del Pontefice, passano da tre a quattro. Alle forme ordinaria (il tema è di carattere universale), straordinaria (la riflessione verte su casi urgenti) e speciale (il dibattito interessa una specifica area geografica) l’art. 1 comma 3 della costituzione aggiunge una versione di natura ecumenica. Forse che anche i fratelli e le sorelle separati potranno partecipare a un sinodo non più esclusivamente da ospiti? La suggestione esce rafforzata dal successivo art 2, comma 2. Quello che allarga la composizione del Sinodo (finora i membri erano vescovi o al massimo religiosi, come sancito dall’art. 346 del Codice di diritto canonico) anche a soggetti sprovvisti del munus episcopale. Tradotto, presbiteri, diaconi, laici, donne comprese. E, perché no, cristiani di altre confessioni.

Le assemblee potranno poi celebrarsi non più in un’unica soluzione, ma anche in periodi distinti (art. 3). Diventa legge (articoli 6-8) il coinvolgimento di tutto il popolo di Dio nella preparazione del Sinodo, con tanto di riunione presinodale, come quella svoltasi nei mesi scorsi per l’ormai imminente assemblea dedicata alla fede e al discernimento dei giovani. La novità più significativa, però, riguarda il documento finale di un'assise (art.18). Questo, sia che il Sinodo resti consultivo, sia che il Papa gli riconosca potestà deliberativa (ex can. 343 del Codice), una volta incassato il placet del vescovo di Roma, partecipa del suo magistero ordinario. Come dire, nessuno potrà più sostenere che si tratti di un testo di secondo piano. 

La disciplina dettagliata su un’assemblea decisionale (l’ipotesi finora è rimasta sulla carta) lascia intravedere la possibilità in un futuro prossimo (magarì già a partire dall’appuntamento di ottobre) che realmente il Sinodo possa deliberare sulle sfide della Chiesa universale o particolare. Con un suo atto finale immediatamente vincolante e quindi senza una successiva esortazione apostolica del Pontefice che tragga le conclusioni dei lavori assembleari. Magari con qualche slancio pastorale in più...  'Amoris laetitia' docet.

Il Sinodo non potrà mai sostituire l’assemblea di tutti i vescovi del mondo, il Concilio, l'unico organismo che col Papa gode della sovranità sull’intero universo cattolico. Tuttavia, nell'attuale contingenza storica in cui urge dare ancora piena attuazione al Vaticano II, riscoprendone non solo i testi, ma anche lo spirito (quantomeno poco valorizzato da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI), la riforma di un’istituzione rappresentativa e tutto sommato snella come il Sinodo è più che salutare. Il Vaticano III può ancora attendere. Un nuovo impulso alla collegialità episcopale, la partecipazione dell’intero popolo di Dio al governo ecclesiale non potevano. Andavano messi nero su bianco, come è stato fatto. Per il presente e soprattutto il futuro della Chiesa.