Nino

Femiani

C’è modo e modo per uscire da un legame, così come da un rapporto di lavoro. Come scrive Milan Kundera nel "Valzer degli addii": "Bisogna sapersi lasciare, da questo che si riconosce l’uomo maturo". Estenderei il concetto al calcio. Aurelio De Laurentiis, padre-padrone del Napoli, ha resistito solo 32 minuti dalla stecca con il Verona per scrivere il suo tweet: "Caro Rino, ringraziandoti per il lavoro svolto, ti auguro successi ovunque tu vada". Certo, siamo lontani dagli anni Novanta, quando Daniel Day Lewis licenziava Isabelle Adjani con un fax, ma il concetto è lo stesso: sparisci.

Visto da fuori, il cinguettio di Dela appare un benservito inelegante. D’altra parte, come avrebbe detto il sommo Totò, per bocca del barone Ottone Spinelli degli Ulivi, detto Zazà, "Signori si nasce" e Aurelio modestamente non lo nacque. Basta scorrere la rozza chiosa del suo twet: "Abbracciami moglie e figli" che fa il paio con la pay tv per le amichevoli di agosto e l’invettiva ai giornalisti "cafoni".

Il presidente De Laurentiis rispetta il fair play finanziario, molto meno quello applicato agli umani. Così quando l’allenatore calabrese si risente via Sky, il patron gli spegne il microfono con il silenzio stampa, togliendogli lo sfizio dell’ultima parola.

Come un Lukashenko o un Mugabe de’ noantri. Cosa resta da fare a Rino? Praticare il suggerimento zen di Niccolò Fabi: lasciarsi un giorno e poi dimenticarsi.