Il presidente del consiglio, Mario Draghi, 74 anni
Il presidente del consiglio, Mario Draghi, 74 anni
di Antonella Coppari Un contraccolpo per la sconfitta elettorale della Lega era nell’ordine delle cose, se lo aspettavano tutti. Ma nessuno immaginava che sarebbe arrivato tanto presto. Ieri nei palazzi della politica regnava uno sconcerto che lambiva pure il Quirinale. Sì, perché è stata dirompente l’assenza dei ministri del Carroccio in consiglio: sul tavolo la delega fiscale, provvedimento importantissimo che contiene anche la revisione del catasto, misura notoriamente invisa a Salvini. Giurano i fedelissimi che il Capitano era convinto di non trovarsela tra i piedi adesso e, soprattutto, non in quel modo. Dunque, alza il tiro. Ordina a Massimo Garavaglia – che gli telefona dopo aver ascoltato la relazione del titolare dell’Economia Franco – di lasciare la cabina di regia e al resto della truppa leghista di non partecipare...

di Antonella Coppari

Un contraccolpo per la sconfitta elettorale della Lega era nell’ordine delle cose, se lo aspettavano tutti. Ma nessuno immaginava che sarebbe arrivato tanto presto. Ieri nei palazzi della politica regnava uno sconcerto che lambiva pure il Quirinale. Sì, perché è stata dirompente l’assenza dei ministri del Carroccio in consiglio: sul tavolo la delega fiscale, provvedimento importantissimo che contiene anche la revisione del catasto, misura notoriamente invisa a Salvini. Giurano i fedelissimi che il Capitano era convinto di non trovarsela tra i piedi adesso e, soprattutto, non in quel modo. Dunque, alza il tiro. Ordina a Massimo Garavaglia – che gli telefona dopo aver ascoltato la relazione del titolare dell’Economia Franco – di lasciare la cabina di regia e al resto della truppa leghista di non partecipare alla successiva riunione del governo. Anche senza un pezzo di squadra, Draghi – informato da Giorgetti dell’intenzione di disertare il Cdm – vara il provvedimento.

Sembra la replica di un film già visto. Invece, c’è una novità: per la prima volta, Salvini critica apertamente il premier sia nella forma che nella sostanza: "I ministri della Lega non possono avere in mano il testo alle 13.30 per una riunione alle 14. La delega non è l’oroscopo, non è possibile avere mezz’ora di tempo per analizzare il futuro degli italiani. C’è qualcosa da cambiare nella modalità operativa". Altrettanto caustico nel merito: "L’accordo grazie al quale è nato il governo era che non ci sarebbero state nuove tasse. Non voto la delega perché c’è qualcosa che non era stato deciso in Parlamento, ovvero la riforma del catasto. Vale 22 miliardi solo l’Imu, 40 miliardi la tassa sulla casa. Se rischiano di aumentare le imposte, non ci può essere il nostro okay". Aggiunge, quasi di sfuggita, un passaggio agguerrito: "Questo non è il Green pass". Come dire che stavolta la Lega non fa propaganda ma fa sul serio, anche perché mentre nella fallimentare campagna sul certificato verde il capo leghista si trovava contro il potente partito del Nord, sulle tasse le cose stanno molto diversamente. Tutta la base è con lui.

Forse anche per questo Giorgetti non affonda la lama, e non si oppone ufficialmente. Tutti si chiedono se la sua assenza in cabina di regia sia stata strategica, in segno di dissenso. Lui fa filtrare che "no, si trattava davvero di un impegno" per questo Garavaglia ha preso il suo posto. Poi tace, forse pensando di intervenire poi come mediatore. In realtà, Salvini prova a camuffare la polemica con Draghi: "Di lui ci fidiamo, ma questa è una legge delega, i decreti attuativi non dovranno essere neanche votati dal Parlamento, e chi ci dice cosa farà il suo successore?".

Ma lo scontro è troppo evidente per essere nascosto. Lo stesso Draghi, del resto, che nella riunione del governo commenta lo strappo con un secco "ne prendo atto", in conferenza stampa è tagliente: "Di per sé è un gesto serio, ma quali siano le implicazioni ce lo spiegherà Salvini", dice. Perché la delega rispecchia principi "condivisi" dal Carroccio, che aveva "elementi sufficienti per valutare". In ogni caso, chiosa, ci sarà tempo per discuterne nella maggioranza. "Ci saranno molte altre occasioni di scambio su queste norme in Parlamento".

È il classico decisionismo di Draghi (ha convocato per domani la prima cabina di regia sul Pnrr) ma è anche una scelta obbligata. Lo spostamento di capitali dalla rendita alla produttività è un tassello fondamentale nella sua strategia per rilanciare l’Italia dopo trent’anni di stagnazione. Lo scontro con la Lega non gli fa alcun piacere – in serata trapelano contatti per un incontro con Salvini per "superare le incomprensioni" – fa capire di non essere per nulla soddisfatto di un esito elettorale che, ammette, non rafforza il governo anche se non lo indebolisce. Sa che la sconfitta della Lega non aiuta la stabilità, anzi il contrario. Ma non può arretrare.

C’è chi sospetta davvero che Salvini si prepari ad uscire dal governo, ma dal Colle in giù tutti prevedono che il leader leghista sarà costretto alla retromarcia. Nessuno può esserne sicuro, e tutti sanno che solo con questo strappo la prima e gloriosa fase del governo Draghi si è conclusa davvero.