di Luca Bolognini Anche i professori sono stufi della didattica a distanza e chiedono ai sindacati di lottare assieme a loro per tornare in classe. "Questa non è scuola", fa notare amareggiata Gloria Ghetti, 49 anni, docente di storia e filosofia al liceo Torricelli-Ballardini di Faenza. "Insegno da 20 anni, ma il mio mestiere me lo hanno spiegato i ragazzi. Ho imparato moltissimo da loro". E ora i suoi studenti che le dicono? "Che le case stanno diventando delle prigioni". In che senso? "I più giovani hanno la...

di Luca Bolognini

Anche i professori sono stufi della didattica a distanza e chiedono ai sindacati di lottare assieme a loro per tornare in classe. "Questa non è scuola", fa notare amareggiata Gloria Ghetti, 49 anni, docente di storia e filosofia al liceo Torricelli-Ballardini di Faenza. "Insegno da 20 anni, ma il mio mestiere me lo hanno spiegato i ragazzi. Ho imparato moltissimo da loro".

E ora i suoi studenti che le dicono?

"Che le case stanno diventando delle prigioni".

In che senso?

"I più giovani hanno la necessità di capire cosa stanno vivendo. Non lo possono fare – prosegue Ghetti, tra le fondatrici del collettivo ‘Priorità alla scuola’ – chiusi nelle loro camerette. Hanno chiesto ai nostri ragazzi di sacrificare le loro vite per salvare quelle di altri, ma la scuola, e lo dicono le statistiche, non è causa del contagio".

Bisogna tornare in classe?

"Non sono una luddista, anch’io ho modificato i miei metodi di insegnamento quando eravamo in emergenza. Quella di adesso, però, non lo è: sapevamo da mesi che ci sarebbero state altre ondate e non è stato fatto nulla".

Orari scaglionati e lezioni pomeridiane potrebbero essere una soluzione?

"Se ci fosse stato chiesto a giugno, avremmo potuto organizzarci. Abbiamo fatto il nostro lavoro in situazioni eccezionali, come dopo un terremoto, e in qualche modo ne saremmo venuti a capo. Ma era qualcosa da pensare con metodo: assumendo il personale necessario, anche quello Ata, e garantendo la sicurezza. Stravolgere tutto in quattro giorni è assurdo".

Anche sindacati e presidi si sono opposti alla scuole di pomeriggio.

"I sindacati dovrebbero battersi per una scuola più sicura, ma aperta. Non chiusa. Capisco le difficoltà dei presidi nell’organizzare gli scaglionamenti e voglio evitare che si creino capri espiatori. La colpa di questa situazione è di chi non ha lavorato per far sì che le scuole restassero aperte".

Cosa bisognerebbe fare?

"Garantire un tracciamento rapido dei contagi e inserire i docenti tra le prime categorie nel piano vaccinale. Anche ripristinare gli istituti dismessi e riconvertire a scuole gli edifici abbandonati potrebbe essere una soluzione. Lo diciamo da maggio".

Lei ha fatto lezione anche davanti ai cancelli del suo istituto. Questi metodi individuali possono funzionare?

"Sì, perché non lo sono. Io ho iniziato il 17 novembre e in poco tempo sono stata seguita dal altri 15 insegnanti del mio liceo. Si tratta di partire da un’azione singola per poi convincere altre persone a unirsi. Era anche un modo per sensibilizzare la città: eravamo in strada per lanciare un messaggio sulla situazione della scuola".