Venerdì 19 Aprile 2024

I preti di strada contro la mafia, sempre più attaccati e soli. Bossoli in chiesa e auto a fuoco. "Ora basta indifferenza"

Don Rigoli (Reggio Calabria) è stato aggredito, per don Palamara (Vibo Valentia) veleno nel vino. Don Patriciello è il simbolo del riscatto di Caivano ma non è l’unico. Don Pino di Libera: non molliamo

Napoli, don Patriciello e Daniela Di Maggio, madre del giovane ucciso per futili motivi

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Roma, 11 marzo 2024 – “La Chiesa campana non ha taciuto sulla camorra". Il presidente della Conferenza episcopale campana, Antonio Di Donna, lo rivendica con fermezza. Ma subito dopo ammonisce: "Le parole di denuncia provenute in questi anni dalla Chiesa campana e dalla Cei sulle mafie e sulla corruzione non sono passate nella nostra predicazione: la dottrina sociale della Chiesa non può essere un optional di cui poter fare a meno nella pastorale".

Il j’accuse del presidente della Cei della Campania traccia un quadro che si allarga a tutto il Mezzogiorno, una linea d’ombra che si allunga opaca e preoccupante. I preti-coraggio – che tracimano oltre le navate delle chiese, difendendo i fedeli dalle prepotenze dei boss, dalle ecomafie, dalla corruzione della pubblica amministrazione –, rischiano di essere sempre più soli, più esposti, bersaglio di rappresaglie e vendette criminali. Non è bastato, perciò, che in questi mesi siano state istituite commissioni in ogni diocesi per sostenere i parroci in prima linea e supportare quelli più pavidi e "meno baldanzosi".

I clan e il malaffare hanno capito che colpire la Chiesa di frontiera – come quella rappresentata da don Peppe Diana, il prete di Casal di Principe ucciso il 19 marzo del 1994, il giorno del suo onomastico mentre si accingeva a dire Messa –, serve ad affermare il proprio potere tra la gente e consolidarlo all’interno dell’organizzazione criminale. Negli ultimi tempi non si contano gli attentati contro i parroci. Come a don Giovanni Rigoli, sacerdote di Varapodio, duemila anime nella città metropolitana di Reggio Calabria. Dopo un’aggressione violenta avvenuta in chiesa nel mese di gennaio, al termine della celebrazione della messa, ignoti gli hanno bruciato l’auto. Don Pino De Masi, parroco di Polistena, referente dell’associazione Libera contro le mafie nella piana di Gioia Tauro, lancia dai social un messaggio a chi minaccia i preti coraggiosi: "Questi signori è bene che sappiano che non hanno colpito don Giovanni, ma tutta la chiesa di Oppido Mamertina-Palmi. Noi continueremo ad annunciare, senza paura, il Vangelo di liberazione da ogni schiavitù compresa quella mafiosa". Sono un grido di battaglia, ma scalfiscono appena il contesto. La mafia calabrese conta sul clima di sfiducia e alza il livello di minacce. Dopo le intimidazioni ai parroci di Cessaniti (Vibo Valentia), don Felice Palamara (quasi avvelenato) e don Francesco Pontoriero, fa recapitare un bossolo di pistola al vescovo di Mileto-Nicotera-Tropea, Attilio Nostro.

È una sfida di cui molti non sembrano comprendere la portata e la rubricano a "fatti locali", pensando che le processioni patronali siano solo cerimonie religiose e non l’affermazione del primato mafioso. "Io il problema l’ho risolto 25 anni fa. Quando i mafiosi sono venuti a dirmi che volevano organizzare la processione della Madonna della Catena li ho mandati via. Mi hanno pure minacciato, ma chi se ne frega", ricorda don Pino. Il rischio, però, è che i preti-coraggio non riescano a fare la differenza, che spenti i riflettori tutto torni come prima, con i sacerdoti – come don Antonio Coluccia che affronta i clan di Tor Bella Monica con un megafono – costretti a una vita sotto scorta.

O come a Caivano (Napoli) dove a battersi come un leone contro la camorra è don Maurizio Patriciello, un prete che ha speso una vita contro chi ha ridotto Parco Verde alla più grande piazza di spaccio d’Europa. Ora dopo il ‘piano Caivano’ del Governo si è accesa una luce, e don Maurizio spera che non si spenga. "Io vorrei risposte vere, non buonismo. Buonismo significa stendere un velo pietoso sui problemi, chiudere gli occhi. I problemi si affrontano. Sono per una lettura cruda della realtà".

Inascoltati, guardati con supponenza, sopportati come fastidiosi rompiscatole: accade ai preti antimafia anche in Sicilia. Qui, nonostante siano passati più di trenta anni, è ancora forte il ricordo di don Pino Puglisi, icona dell’impegno tra gli ultimi e contro la ferocia di Cosa Nostra. Un esempio per la Chiesa di strada. La città di Palermo ha una tradizione di sacerdoti di frontiera impegnati da decenni contro la mafia: da padre Francesco Stabile a don Baldassare Meli, da padre Nino Fasullo a don Francesco Paolo Rizzo, da padre Cosimo Scordato a don Franco Romano, per ricordare solo i più noti. "Essere prete significa avere il cuore del pastore", dice don Carmelo Rizzo, parroco di San Gerlando, la parrocchia di Lampedusa. "Non siamo stanchi di accogliere i migranti, ma a volte sono sconfortato dall’indifferenza intorno a me". "L’indifferenza è una forma di complicità con il male" ha scritto papa Francesco per la giornata mondiale della pace. Per i preti di strada è questo il nemico da vincere. A volte più insidioso della mafia.

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