Mercoledì 17 Aprile 2024

Femminicidi, la forza di Valentina: “Ha ucciso mia madre, non è mai stato un padre per me. Oggi aiuto gli orfani”

Valentina Belvisi, 31 anni: “A prendersi cura davvero di questi bambini dopo le tragedie familiari sono le associazioni, lo Stato non c’è”

Roma, 22 novembre 2023 – Orfana di femminicidio, anche se il padre è vivo. Il padre che lei non ha mai considerato tale, confida. L’uomo che ha ucciso sua madre Rosanna Belvisi, che aveva solo 50 anni “ed era la mia migliore amica”. Massacrata con decine di coltellate, era il 15 gennaio 2017.

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Valentina, 31 anni, mamma di un bimbo di 4, oggi è ambasciatrice dell’associazione Edela.

“Questa mattina – racconta al telefono – per la prima volta sono andata a parlare ai ragazzi di una scuola superiore a Thiene, in provincia di Vicenza dove vivo. Mi hanno ascoltato con grande attenzione”. Valentina prova a cercare un equilibrio anche se il dolore e l’orrore hanno pesato nella sua vita fin da quando era piccola.

Valentina Belvisi con la mamma Rosanna: la donna aveva 50 anni quando è stata massacrata a coltellate dal marito, era il 15 gennaio 2017
Valentina Belvisi con la mamma Rosanna: la donna aveva 50 anni quando è stata massacrata a coltellate dal marito, era il 15 gennaio 2017

Ha paura di lui?

"No. Gli hanno dato 18 anni di carcere, mi auguro esca il più tardi possibile. Ma non mi farò mai vedere debole”.

Il primo ricordo?

"Avevo tre anni e mio padre mi metteva gli psicofarmaci nella minestra per farmi dormire. Già allora mia madre era stata accoltellata alla schiena”.

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L’aveva mai denunciato?

"No, perché aveva paura di perdermi, temeva che si mettessero in mezzo gli assistenti sociali. Mia mamma voleva che se ne andasse di casa. Ma lui non l’ha mai fatto perché non lavorava. Lei era l’unica ad avere uno stipendio, a mantenerlo”.

Com’era la vita, in casa?

"Ricordo le sue sberle, avevo 16 anni. Una volta se l’è presa con me perché portavo la borsa e non la cartella per andare a scuola, era un po’ la moda di quegli anni. Un’altra volta mi ha picchiato perché avevo una giacca più leggera. Tutte cose così, banali”.

Lei come ha reagito?

"Sono andata alla polizia, l’ho denunciato. Mi hanno detto che dovevo decidere, se tornare a casa o andare in una comunità. Ho scelto la seconda strada”.

Un rifugio?

"Veramente no, è stata un’esperienza molto negativa, non ho trovato umanità. Sono scappata due volte”.

Aveva 25 anni quando sua madre è stata uccisa da suo padre.

"Gli aveva tolto anche il bancomat, aveva scoperto che lui aveva un’amante e un figlio, lei lo aveva portato sotto casa un paio di mesi prima del delitto. “Questo è tuo fratello”, mi aveva detto. Come si fosse trattato di una sciocchezza qualunque”.

Cosa prova oggi verso suo padre?

"Non l’ho mai considerato tale. Neanche da piccola, mai”.

Come si conquista un equilibrio dopo tanto dolore?

"Ci vogliono tanta forza e determinazione. Era più facile andare in depressione che essere qui. Se cadevo, gli avrei dato la soddisfazione due volte, dopo aver portato via mia madre prendeva anche me. Io e lei eravamo come sorelle”. Che aiuti ha ricevuto dallo Stato?

"Dallo Stato? No, l’aiuto vero è arrivato dai colleghi di mia madre all’Inps, non finirò mai di ringraziarli. Loro mi hanno pagato anche il funerale. Poi hanno fatto una colletta per me e per altri orfani di femminicidio. E mi hanno aiutato le associazioni, che mi sono state sempre vicino”.

Oggi è ambasciatrice di Edela.

"Con questo impegno ho cominciato a sentirmi meglio, ho cercato di trasformare l’odio, la rabbia e il rancore in un aiuto verso gli altri bambini, gli altri orfani di femminicidio”.

Di cosa c’è bisogno, prima di tutto?

"Il vero problema comincia sempre ‘dopo’, quando si spegne l’attenzione mediatica. La prima urgenza? Sapere dove vanno i bambini e con chi, di cosa hanno bisogno, se devono lavorare o studiare, se hanno necessità di uno psicologo. Oggi di tutto questo si occupano soltanto le associazioni”.

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