Venerdì 12 Aprile 2024

Offensiva diplomatica Stati Uniti e Cina stanchi del conflitto "Zelensky deve trattare"

Cresce il pressing su Kiev per una tregua. Il Cremlino confida nella mediazione di Biden. Ma Putin vuole controllare Mariupol: una condizione irricevibile per l’Ucraina invasa

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di Marta Ottaviani

L’inverno è alle porte e se la letteratura russa lo dipinge come un generale, la comunità internazionale spera che, stavolta, raffreddi gli animi e porti un po’ di consiglio. Se si guardano i movimenti diplomatici delle ultime settimane, sembrerebbe che inizi ad auspicarlo anche Mosca, al netto dei bombardamenti, micidiali e su larga scala con i quali sta martoriando l’Ucraina. Forse perché, questa volta, il ‘generale inverno’ anziché aiutare la Santa Madre Russia, rischierebbe di darle il colpo di grazia.

Ci sono almeno quattro mesi per infittire la lunga tessitura diplomatica portata avanti in questo momento. La buona notizia, è che Mosca sembrerebbe più disposta a trattare rispetto a prima. La cattiva è che lo vuole fare a modo suo. Con quello che dovrebbe essere l’ormai noto schema di ribaltamento della realtà, il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov e il ministro degli esteri russo, Sergheij Lavrov, hanno detto che la mancata mediazione è colpa dell’Ucraina, rea di proporre ‘condizioni irrealistiche’. Che non è esattamente così. Il presidente, Volodymyr Zelensky si è detto aperto al dialogo, purché a capo della Russia non ci sia più Vladimir Putin. Condizione questa, praticamente impossibile da soddisfare e che certo non si realizzerà per le pressioni di Kiev.

Il vero punto, è che le condizioni irricevibili per l’Ucraina sono quelle di Mosca. Da circa un mese nella capitale russa si stanno diffondendo rumors secondo i quali il Cremlino accetterebbe di tornare nei confini al 23 febbraio, il giorno prima dell’invasione, purché venga garantita una continuità territoriale con la Crimea. Quindi i russi vorrebbero tenersi la fascia costiera del Mare di Azov, inclusa la ‘città martire’ di Mariupol. I russi si sono già ritirati al di là del fiume Dniepr. Gli ucraini difficilmente potranno avanzare in modo deciso ora che l’inverno sta arrivando.

Per Mosca è venuto il momento di agire e infatti sta insistendo con Washington nella speranza che ammorbidisca le posizioni di Kiev, dato che, al momento, la risposta di Zelensky a una proposta del genere, cioè con la Russia che si tiene un lembo di terra strategico a conflitto praticamente perso, non può che essere un no, anche piuttosto secco. Il presidente americano, Joe Biden, esce da un G20 che lo ha visto in forte recupero, anche grazie a un risultato alle elezioni di mid term in cui è riuscito a evitare un disastro annunciato. Per lui, però, la campagna elettorale per le presidenziali del 2024 è già iniziata, visto che Donald Trump ha annunciato la sua candidatura.

Il Congresso è finito nelle mani dei repubblicani e non sa per quanto potrà garantire alla causa ucraina le risorse allocate fino a questo momento, soprattutto se a causa di quelle rischia di giocarsi la rielezione. Il capo della Casa Bianca, insomma, ha i suoi bei problemi e deve averlo iniziato a capire anche il presidente ucraino Zelensky. Anche nel resto della comunità internazionale, la voglia di mediazione cresce.

In prima fila, c’è il Vaticano, che fin dall’inizio del conflitto ha avviato tutti i canali per porre fine alla guerra. La Turchia di Recep Tayyip Erdogan è riuscita a ottenere una proroga dell’accordo sul grano, che vuole presentare come una sorta di garanzia di buona volontà da parte della Russia ed è in costante contatto sia con Mosca, sia con Washington. Il Presidente francese, Emmanuel Macron, ha chiesto alla Cina di avere un ruolo più attivo nella soluzione diplomatica della crisi. Questa guerra sembra aver stancato tutti, tranne chi sta lottando per respingere l’invasore al di là dei propri confini.