Giovedì 13 Giugno 2024
GIORGIO CACCAMO
Cronaca

Nel feudo del boss Gesti, smorfie, mezze frasi: a Campobello si parla d’altro "Ma tutti sapevano di lui"

Viaggio nel paese dove Messina Denaro ha vissuto l’ultimo periodo della sua latitanza. Tra i giovani prevale l’imbarazzo. L’edicolante: "Sono certo di averlo visto diverse volte"

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dall’inviato

Giorgio Caccamo

(Trapani)

Le pale eoliche vorticano furiosamente sulle colline fra Campobello di Mazara e Castelvetrano. Sembrano foreste di metallo agitate dal vento teso che sta soffiando su questo spicchio di Sicilia. Sono loro a dare una prima accoglienza a chi arriva a Campobello. Proprio qui dove il business dell’eolico ha aiutato a diversificare l’investimento mafioso, sotto la guida del boss-manager Matteo Messina Denaro.

Un altro benvenuto lo danno incosapevoli due ragazzi su uno scooter – rigorosamente senza casco – che spingono come al guinzaglio un cavallino trotterellante. Appena varcato il cartello d’ingresso al paese che, come nel Far West, indica il numero di abitanti (dice 13mila, ma era così circa trent’anni fa, ora sono duemila in meno), si arriva al piazzale del cimitero, intitolato a don Pino Puglisi. Bisogna esplorare un po’ le periferie per respirare aria di antimafia. Nella parte opposta del paese, su una centralina elettrica, c’è un murale di Peppino Impastato, mentre le vie sono intitolate a Pio La Torre, Ninni Cassarà, Piersanti Mattarella, ma prima si chiamavano “via 5”, “via 10” e simili.

La toponomastica di Campobello è così, e pure per trovare la viuzza su cui si concentrano ora gli occhi di tutto il mondo, quella del covo di Matteo Messina Denaro, bisogna fare uno sforzo in più, fra stradari tradizionali e navigatori satellitari, oppure c’è da affidarsi alla fortuna e seguire la scia di vigili, giornalisti e telecamere. Perché alla domanda "dov’è vico San Vito?" si può rispondere "in via Cb 31" (le mappe digitali lo trovano così). “Cb“ sta per Campobello. Fino all’anno scorso, spiegano pazientemente, nonostante la comprensibile stanchezza, i vigili urbani di Campobello, alcune strade non avevano nome ma solo sigle, lettere e numeri. Simbolico che il covo del superboss, un appartamento in una normale palazzina a due piani, intestato proprio all’Andrea Bonafede di cui MDM ha preso in prestito il nome, di trovasse lì, in una delle strade senza nome.

Strada senza nome (anche se San Vito è il patrono di Campobello), palazzina anonima, eppure lì dentro l’ormai ex latitante non ha rinunciato alla bella vita, almeno negli ultimi sei mesi: beni di lusso, vestiti, persino Viagra e preservativi. Eppure in paese molti sembrano non saperne nulla, o così dicono. Anche se poi ammettono di averlo sicuramente visto in giro, ma in passato. Un anziano, coppola in testa, passeggia davanti al vicolo, incuriosito dalla calca di carabinieri – che bloccano fisicamente l’accesso – e telecamere. Era qui il covo, ha saputo? "Ah sì sì". E aggiunge pragmatico: "Avrà già trovato un erede". Il soggetto della frase è sottinteso, anche in altre conversazioni emerge al massimo un "lui". Tanto è chiaro di chi si parla. E il medico Tumbarello, lo conosce? "Sì certo, ha lo studio davanti alla chiesa di San Giovanni". Scriveva le ricette per il boss, ha sentito? Qui è inutile virgolettare: la risposta è articolata in un siciliano non verbale, una smorfia muta che suona più o meno come "boh, mi pare strano, e io comunque non lo so".

Nei bar – non quelli vicino al covo: sono chiusi – è tutto un non detto. La barista giovane sul corso principale quasi si dilegua dal bancone dopo aver servito il caffè, per evitare troppe discussioni. Tra i giovani effettivamente c’è imbarazzo. Voglia di parlare non ce n’è tanta, anche la frase di rito "comunque è una notizia importante" sembra pronunciata con tono neutro, come se si preferisse parlare d’altro. Per esempio di calcio, quello sì. L’assetto tecnico dell’Inter scalda più dell’arresto del secolo...

Lo conferma uno dei pochi che parla in maniera chiara, l’edicolante di via Umberto, a pochi metri dallo studio di Tumbarello. Sul bancone campeggiano decine di copie invendute del giornale locale con in prima pagina il fotone di MDM. Nel retro del negozio un’altra pila di giornali è ancora confezionata nel cellophane. "In una mattinata avrò venduto 30 copie, quando in questi casi se ne vendono almeno 300. La gente sembra non volerne sapere. Uno addirittura prima è venuto e quasi non voleva farsi vedere fuori col giornale in mano. Eppure io sono sicuro di aver visto qualche volta anche qui un signore col cappotto di montone. Era sicuramente lui. Quanti vestono così? Tutti sapevano che era qui, inutile far finta di niente". "Lui", anche in questo caso.