Don’t cry for me , Argentina. Non piangere per me. L’uomo che da bambino dormiva abbracciato al pallone se n’è andato in un pomeriggio senza sogni, nella casa sul Tigre: trafitto nel sonno, sfinito, battuto dalla vita che gli ha dato e tolto tutto. Triste, solitario y final. Diego Armando Maradona, il corpo e l’anima di un Paese e di un popolo. Nessun altro è stato argentino quanto El Diez , il numero dieci. Trionfi, fallimenti, guerre perdute, ribellione, nostalgia, contraddizioni, desaparecidos, esuli, ritorni. Soprattutto esagerazioni. Dos de todos , due di tutto: i ricchi di Buenos Aires ordinano così ai commessi, nei negozi del lusso. Lo Stato delle quattro stagioni, un’entità geografica sconfinata che respira simultaneamente ogni clima. Donne dalla pelle ambrata e la biondissima supermodella Valeria Mazza nello...

Don’t cry for me , Argentina. Non piangere per me. L’uomo che da bambino dormiva abbracciato al pallone se n’è andato in un pomeriggio senza sogni, nella casa sul Tigre: trafitto nel sonno, sfinito, battuto dalla vita che gli ha dato e tolto tutto. Triste, solitario y final. Diego Armando Maradona, il corpo e l’anima di un Paese e di un popolo. Nessun altro è stato argentino quanto El Diez , il numero dieci. Trionfi, fallimenti, guerre perdute, ribellione, nostalgia, contraddizioni, desaparecidos, esuli, ritorni. Soprattutto esagerazioni. Dos de todos , due di tutto: i ricchi di Buenos Aires ordinano così ai commessi, nei negozi del lusso.

Lo Stato delle quattro stagioni, un’entità geografica sconfinata che respira simultaneamente ogni clima. Donne dalla pelle ambrata e la biondissima supermodella Valeria Mazza nello stesso crogiolo degli opposti. Così gente che vive l’eccesso come regola ha inevitabilmente trovato in Maradona lo specchio perfetto. Il calciatore più grande di sempre, la poesia sposata al vizio: un demiurgo che combatte la povertà e l’ingiustizia con il pallone cucito sul piede sinistro. Nato e morto nell’Argentina astrazione dal resto del mondo, repubblica fondata sullo sport in assenza di una storia e di un’identità consolidata nei secoli, piuttosto costruita sulla mescolanza di nativi e nuovi arrivati. Non per caso la terra d’argento ha eletto a eroi nazionali i suoi campionissimi, nominandoli padri della patria: il generale San Martin assieme a Carlos Gardel, il rivoluzionario Manuel Belgrano e Gabriela Sabatini, Monzon e Guevara, Evita Peron e Fangio. Su tutti, uno: Diego. Ovvero il sentimento e l’inferno, l’arte e il veleno.

Incarnazione del gaucho Martin Fierro, non più fuorilegge ma moderno simbolo di un’epica collettiva. Una nazione intera – balorda e meravigliosa – riassunta nel suo massimo interprete dell’era moderna, entrambi al limite fra miseria e nobiltà. Lo splendore della metropoli, il silenzio del café Tortoni, l’Avenida 9 de julio, l’asado a Los Inmortales, il giardino giapponese nel quartiere Palermo. Ma se giri l’angolo c’è lo squallore di un barrio senza possibilità di riscatto. Lui è partito da lì.
È il 1973: nel campetto si ritrovano i ragazzini dell’Argentinos Juniors, imbattuti da cento partite, e quelli del River Plate, i ricchi. Il piccoletto salta la cicoria in area di rigore e corre palla al piede fin dentro la porta avversaria, lasciandone undici per terra a bocca aperta. Ha 12 anni e la faccia da indio trascinatore. Abita nella casa povera di un quartiere povero: "Giochiamo per divertirci", dice sfrontato a chi gli chiede da dove venga. Rappresentava, senza saperlo, l’essenza del calcio esportato dall’Europa al Mar del Plata: criollos senza scarpe e immigrati straccioni, le sfide per strada, due pietre a segnare la porta.
Un piccolo mondo di perdenti precoci vestiti di sogni. A volte però i sogni si avverano e puoi salire fino al paradiso. Non è così facile, però. Ti porti dietro, ovunque vai, l’odore dei bordelli di provincia, il senso dell’attesa per la gorda Zulema o la rubia Ferreira. Il desiderio che divora. Il peccato e l’estasi, presuntuosa grandezza e amarissimo squallore. Un’ossessione conficcata nella pelle, anche se sei il migliore nello stadio. Fuori no, fuori è un’altra cosa. Era già scritto in un tango A media luz , a mezza luce: Juncal dodici ventiquattro / telefona quando vuoi / Di giorno si prende il tè / di sera si canta il tango / La domenica si balla / la desolazione arriva il lunedì / C’è di tutto in questo nido / i cuscini, i divani, la coca.

Anche quelli che non l’hanno mai perdonato, che hanno goduto per il suo arresto in diretta televisiva, che hanno massacrato il re nudo, adesso lo piangono. Centinaia di migliaia di persone si sono messe in fila per onorare il portento con la maglia numero dieci: appuntamento in calle Corrientes, all’incrocio con l’Obelisco, poi in corteo verso la Casa Rosada. L’Argentina piange per lui, uomo e non più superuomo, che finalmente ha trovato la pace e la felicità nei versi di Borges: Manuel Flores va a morire, questo è moneta corrente perché morire è un costume che suole avere la gente.