Il gommista Fredy Pacini in officina
Il gommista Fredy Pacini in officina

Arezzo, 29 novembre 2018 - Alla trentanovesima volta che si trovava i ladri davanti ha tirato fuori la pistola, una Glock 9x21, che teneva accanto al letto improvvisato nel soppalco della sua ditta di gommista. E l’ha scaricata contro un ragazzo moldavo di 29 anni, che gli era entrato dentro l’azienda con un piccone in mano. Cinque colpi, due dei quali hanno centrato alla gamba e alla coscia Vitalie Tonioc, in Italia da appena due mesi.

Poi Fredy Pacini, 57 anni, uno che la sua storia di assediato dai ladri l’aveva raccontata per anni, ai giornali e alle tv, ha chiamato i carabinieri: "Venite, ho appena subito un altro tentativo di furto". Subito dopo la seconda telefonata: "Ho sparato, c’è una persona per terra". Era ancora buio alle 3,52 nella zona industriale di Monte San Savino, borgo incantato a una quindicina di chilometri da Arezzo. Tonioc è morto per strada mentre tentava disperatamente la fuga, probabilmente aiutato dal complice che è riuscito a scappare in auto. Lui, invece, ha pagato con la vita una delle due pistolettate che l’ha raggiunto, quasi di certo all’arteria femorale, uccidendolo per dissanguamento, anche se l’ultima parola dovranno dirla i medici legali. Non è ancora del tutto esclusa l’ipotesi del malore fatale durante la corsa disperata del ferito.

Ora il gommista è indagato per eccesso di legittima difesa, ma si tratta di un atto tecnico per procedere all’autopsia e alle perizie balistiche. Se dovesse essere confermata la dinamica che lui ha raccontato al pm di turno Andrea Claudiani, gli spari potrebbero rientrare nello scenario della legittima difesa. "Mi hanno svegliato di soprassalto i colpi di piccone che stavano sfondando la porta a vetri sul piazzale – dice Fredy, nato in Venezuela ma da sempre a Monte San Savino –. Ho preso d’istinto la pistola e ho dato un’occhiata in basso. Al piano terra c’era una sagoma (il giovane moldavo, ndr) con un piccone. Ho urlato ma ha continuato a venire avanti minaccioso. Allora dalla cima della scala ho sparato, verso il basso, verso le gambe".

Due colpi hanno centrato il ladro agli arti inferiori, gli altri tre si sono conficcati nel muro, con traiettoria dall’alto verso il basso. Solo quando è tornato il silenzio, il gommista si è reso conto che c’era anche un complice e che lui comunque aveva centrato il moldavo. Un altro incubo per uno che da quattro anni vive nell’incubo. Da quando nel 2014, dopo i primi furti subiti (lui stima un valore di 200mila euro, ma le denunce sono solo sei), ha salutato la casa di famiglia, nel cuore del paese, e si è trasferito giorno e notte dentro l’azienda. Quando Pacini è uscito dalla caserma dei carabinieri in cui lo avevano sottoposto allo stub, ad attenderlo davanti all’azienda c’erano decine di paesani che lo hanno applaudito come un eroe. È nato persino un gruppo Facebook: "Io sto con Fredy". Lui però vive nell’angoscia della vita che ha stroncato. Non se l’è sentita nemmeno di parlare col ministro dell’Interno Matteo Salvini che lo ha chiamato per dire che stava dalla sua parte: ha lasciato fare al suo avvocato Alessandra Cheli.