Lorenzo

Bianchi

La fame cinese di gas e di petrolio ora spera di poter contare su una fonte certa per i prossimi 25 anni, l’Iran. Xi Jinping, il leader incontrastato di Pechino, ne aveva parlato per la prima volta nel 2016, subito dopo aver concordato con il presidente iraniano Hassan Rouhani una tabella per "investimenti reciproci nei settori dell’energia, dell’industria e dei servizi".

Quell’intesa è stata frenata dal ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sui programmi nucleari iraniani e dalle nuove sanzioni americane decise nel 2018.

Secondo il giornale di Hong Kong “South China Morning Post” le piccole raffinerie private cinesi hanno continuato a comprare fiumi di oro nero iraniano, ma le grandi aziende statali del settore hanno frenato le importazioni per il timore di subire ritorsioni delle banche statunitensi.

Ora la Cina si impanca a grande protettore della teocrazia di Teheran. È una pessima notizia per i nemici dell’Iran nel Medio Oriente, primi fra tutti l’Arabia Saudita e Israele. Anche nell’estremità orientale dell’Asia non festeggiano gli avversari di Pechino. I più esposti sono i membri dell’alleanza “Quadrilatero” con Gli Stati Uniti, ossia Giappone, Australia e India. Di sicuro si sentono più fragili i Paesi che contano sull’ombrello militare di Washington, la Corea del Sud, Taiwan, il Vietnam e le Filippine. Rafforzata nel suo consumo di materia prima, la Cina proietta un’ombra sempre più inquietante sul loro futuro.